La famiglia ...

LA MODIFICAZIONE DELLE DINAMICHE RELAZIONALI ALL'INTERNO DELLA FAMIGLIA.

[di Michele A. Farris]


1 - 2 - 3

Inoltre, l’assunzione del lavoro domestico risulta essere ancora a quasi esclusivo carico delle donne e risultano sempre loro ad essere penalizzate dalla cosiddetta doppia carriera. Nel 1995 l’ISTAT ha pubblicato nel volume "Tempi diversi", i dati relativi ai tempi familiari di ciascun componente: mentre il tempo degli uomini è sostanzialmente stabile o risente di variazioni solo in relazione all’organizzazione del lavoro, i tempi delle donne vengono rivoluzionati dal matrimonio, dalla nascita dei figli e dal lavoro extra-domestico. In media le donne occupate, coniugate e con 2-3 figli piccoli dedicano 7 ore al giorno al lavoro familiare e 6 ore al lavoro salariato, mentre i rispettivi mariti spendono circa un’ora al giorno per il lavoro familiare e 8 ore per il lavoro salariato.

La presenza maschile nelle responsabilità familiari è ancora molto limitata. Il lavoro non remunerato svolto dalle donne in seno alla famiglia costituisce nei Paesi industrializzati il 25-40% del PIL, rappresentando, quindi, un forte risparmio per lo Stato in termini di servizi per la famiglia.

Le politiche statali proprio per promuovere una sempre più significativa e qualitativa presenza delle donne nel mondo produttivo dovrebbero attuare una serie di modifiche strutturali per permettere alle lavoratrici di coniugare positivamente il loro lavoro con i rispettivi impegni familiari.

Un non miglioramento delle condizioni lavorative va inoltre contro lo stesso interesse della eventuale prole, infatti il rapporto madre-figli è influenzato anche dalle condizioni di bisogno economico della famiglia e dal fatto che la donna, ostacolata nella sua realizzazione professionale, vive spesso in maniera frustrante il suo ruolo familiare.

I cambiamenti nel mondo del lavoro e la disoccupazione crescente, la crisi della famiglia e l’aumento dei divorzi, sono elementi che hanno trasformato anche la figura tradizionale del maschio. Il femminismo ha lanciato una sfida alle forme tradizionali della mascolinità ed ha imposto agli uomini di riscoprirla e di ridefinirla. Per secoli è stato il lavoro, la professione a definire l’identità dell’uomo e a determinarne la sua immagine sociale. "L’uomo doveva provvedere al sostentamento della famiglia, aveva un ruolo indiscusso da svolgere e questo gli consentiva di ritenere di lavorare per la famiglia. In questo modo, gli uomini erano in grado di sapere chi fossero e che cosa ci si aspettava da loro (…) Invece con la sfida del femminismo, ma anche con la diversa organizzazione del lavoro, gli uomini non avevano più la certezza della loro identità maschile. Le donne erano ormai entrate in gran numero nel mondo pubblico del lavoro e in alcuni settori erano in competizione alla pari degli uomini. (…) Una fonte del potere maschile era insidiata e gli uomini dovevano imparare a negoziare più da uguali nel contesto delle relazioni intime" (Seidler, 1995).

L’idea che gli uomini siano meno portati delle donne a prendersi cura dei figli e che siano meno ricettivi nei confronti dei bambini, è oramai anacronistica. Alcuni studi (Hill, 1999) hanno dimostrato che, già nella fase precoce dell’infanzia, nell’uomo e nella donna è individuabile un’identica sensibilità verso i neonati. Sulle pari capacità di essere entrambi delle valide figure genitoriali sembrano concordare anche le politiche sociali europee: nel Trattato di Maastricht, nel quadro dei diritti dei lavoratori, viene accordato pari diritto ai permessi di lavoro per paternità.

Sempre Hill dice che gli uomini sono e saranno sempre più chiamati a fare i conti con una società che cambia, le condizioni economiche e lavorative dell’uomo hanno rilevanti effetti sul ruolo che egli occupa in famiglia e nelle relazioni con la moglie e con i figli. Mentre il rapporto madre-bambino dipende dall’esistenza di una situazione di dipendenza e di fragilità del bambino e diviene meno importante a mano a mano che il bambino cresce, la relazione con il padre mantiene inalterato il suo significato, dato che non si limita alle funzioni primarie di accudimento, ma comprende attività finalizzate alla realizzazione individuale. "La presenza del padre è indispensabile per spezzare l’unità simbiotica tra madre-bambino e per avviare quel processo di differenziazione necessario affinché il piccolo possa iniziare il lungo percorso di costruzione autonoma della propria identità di individuo. Tale separazione tra i membri della diade non potrebbe avvenire se non intervenisse una terza figura, ossia, il padre" (Smorti, 1997).

Come abbiamo già detto, in linea generale, stiamo sempre più assistendo ad una modificazione dei rapporti interindividuali, sia a livello sociale nonché parentale ed amicale. La Francescato (1994) afferma che il miglioramento delle condizioni di vita infonde sui singoli e sulla collettività una maggiore sicurezza che li porta ad essere più liberi di sperimentare i rapporti che preferiscono, anche se non sono conformi con le norme tradizionali (coppie di fatto, convivenza omosessuale, separazione/divorzio, secondo matrimonio, rapporti genitoriali e stili educativi alternativi, ecc.). "D’altra parte, il rispetto di principi rigidi mutuati dalla tradizione è tipico dei periodi di insicurezza, quando la gente, preoccupata, ha bisogno di norme fisse e prevedibili, che le diano una base di certezza."

L’uomo moderno, continua la Francescato, "ha bisogno di ‛relazioni pure‛ che, non più determinate o influenzate da fattori esterni come in passato, sussistano per se stesse, per ciò che il legame in sé può dare. Il rapporto di coppia, quindi, non può più dipendere da criteri esterni, come legami di sangue, doveri sociali e obblighi tradizionali. Le relazioni pure sono basate sullo scambio reciproco, sull’impegno, sull’intimità, sulla continua riflessione critica riguardo alla qualità del rapporto, sulla fiducia e sulla crescita comune."

A questi cambiamenti sociali e culturali bisogna sommare l’introduzione del divorzio nel nostro ordinamento giuridico, avvenuto con la legge n.898 del dicembre 1970, poi confermata dall’esito del referendum popolare del ’74.

La legge stabilisce che lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli effetti legali del matrimonio religioso si hanno quando il giudice accerta che "la comunione spirituale e materiale dei coniugi non può essere mantenuta o ricostituita". Nel caso di matrimonio religioso questo rimane valido per l’istituzione ecclesiale.

Si può presentare istanza di divorzio dopo una separazione accertata di 3 anni, o anche meno, se il coniuge è consenziente al divorzio. La sentenza di scioglimento, dopo che il giudice istruttore ha accertato se esistono motivi validi, viene pronunciata dal tribunale dopo un tentativo, da parte del presidente, di riconciliazione dei coniugi.

La sentenza è sempre impugnabile da una delle due parti. Dal momento in cui essa viene riportata nei registri di stato civile i coniugi non sono più legalmente sposati e acquistano lo stato di nubile e di celibe, e possono contrarre nuovo matrimonio. Tutti i diritti e i doveri inerenti all’unione matrimoniale vengono meno, ad esclusione di quelli riguardo i figli, e la comunione legale dei beni si scioglie.

I coniugi divorziati perdono i diritti ereditari reciproci, ma il tribunale può disporre che un coniuge versi all’altro un assegno periodico proporzionale ai suoi redditi, nel caso in cui quest’ultimo si trovi in particolari condizioni economiche. L’obbligo cessa comunque qualora che ha diritto agli alimenti passi a nuove nozze.

A seguito di scioglimento dei matrimonio non mutano affatto gli obblighi dei genitori nei confronti dei figli. È il giudice che decide a quale dei due coniugi affidarli e le norme previste sono quelle che valgono anche in caso di separazione personale.

Al momento della sua promulgazione, la legge sul divorzio risultava espressione delle nuove esigenze familiari e sociali; analizzando i dati ISTAT vediamo che dal 1971 al 1993 le sentenze di scioglimento del matrimonio sono progressivamente aumentate, soprattutto dopo il 1987, anno in cui la legge 74/1987 ha ridotto da 5 a 3 anni il periodo di separazione necessario per il divorzio.

Concludendo, l’insieme di questi cambiamenti intercorsi a livello individuale, sociale, culturale e legislativo – processi evolutivi fortemente intercorrelati fra loro - non potevano non apportare modificazioni anche nell’espressione della funzione genitoriale. Nell’ambito di una società complessa, con un pluralismo di valori, ideologie e istituzioni educative, potenzialmente la famiglia rischia di perdere la sua funzione educativa e di socializzazione primaria. "I genitori risultano insicuri e confusi sui valori da trasmettere e sul ruolo di orientamento e di guida che dovrebbero assolvere" (Di Giorgi, 1996).

La poca presenza di relazioni significative non è solo riconducibile ad una questione quantitativa di tempo, dovuta alla nuova partecipazione lavorativa, ma è anche, e soprattutto, di carattere qualitativa. Come ho potuto constatare anche dai risultati di uno studio che ho condotto presso la cattedra di Psicologia dello Sviluppo della Facoltà di Scienze della Formazione, Università "Roma Tre", il dialogo tra le diverse generazioni sembra essersi interrotto o almeno langue. Il rapido mutamento dei modelli di vita fa sentire i genitori sempre più inadeguati ai tempi; hanno paura di perdere la stima dei figli e così oscillano tra comportamenti lassisti e atteggiamenti rigidi, fondati su valori precostituiti e storicamente superati. I figli, di conseguenza, risentono dell’assenza di relazioni autorevoli, divenendo frustrati nei loro bisogni di sicurezza e di fiducia, rischiando di crescere in un clima di vuoto affettivo e pedagogico.

La situazione, come vedremo nei prossimi contributi, si acuisce e diventa ancora più a rischio se i figli si trovano ad essere protagonisti dell’evento di separazione genitoriale e, soprattutto, si trovano a vivere in un ambiente altamente conflittuale, dove non sempre i loro bisogni affettivi-relazionali trovano una idonea soddisfazione.

1 - 2 - 3