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Inoltre, l’assunzione
del lavoro domestico risulta essere ancora a quasi esclusivo
carico delle donne e risultano sempre loro ad essere penalizzate
dalla cosiddetta doppia carriera. Nel 1995 l’ISTAT ha pubblicato
nel volume "Tempi diversi", i dati relativi
ai tempi familiari di ciascun componente: mentre il tempo degli
uomini è sostanzialmente stabile o risente di variazioni
solo in relazione all’organizzazione del lavoro, i tempi delle
donne vengono rivoluzionati dal matrimonio, dalla nascita dei
figli e dal lavoro extra-domestico. In media le donne occupate,
coniugate e con 2-3 figli piccoli dedicano 7 ore al giorno al
lavoro familiare e 6 ore al lavoro salariato, mentre i rispettivi
mariti spendono circa un’ora al giorno per il lavoro familiare
e 8 ore per il lavoro salariato.
La presenza maschile
nelle responsabilità familiari è ancora molto
limitata. Il lavoro non remunerato svolto dalle donne in seno
alla famiglia costituisce nei Paesi industrializzati il 25-40%
del PIL, rappresentando, quindi, un forte risparmio per lo Stato
in termini di servizi per la famiglia.
Le politiche statali
proprio per promuovere una sempre più significativa e
qualitativa presenza delle donne nel mondo produttivo dovrebbero
attuare una serie di modifiche strutturali per permettere alle
lavoratrici di coniugare positivamente il loro lavoro con i
rispettivi impegni familiari.
Un non miglioramento
delle condizioni lavorative va inoltre contro lo stesso interesse
della eventuale prole, infatti il rapporto madre-figli è
influenzato anche dalle condizioni di bisogno economico della
famiglia e dal fatto che la donna, ostacolata nella sua realizzazione
professionale, vive spesso in maniera frustrante il suo ruolo
familiare.
I cambiamenti nel mondo
del lavoro e la disoccupazione crescente, la crisi della famiglia
e l’aumento dei divorzi, sono elementi che hanno trasformato
anche la figura tradizionale del maschio. Il femminismo ha lanciato
una sfida alle forme tradizionali della mascolinità ed
ha imposto agli uomini di riscoprirla e di ridefinirla. Per
secoli è stato il lavoro, la professione a definire l’identità
dell’uomo e a determinarne la sua immagine sociale. "L’uomo
doveva provvedere al sostentamento della famiglia, aveva un
ruolo indiscusso da svolgere e questo gli consentiva di ritenere
di lavorare per la famiglia. In questo modo, gli uomini erano
in grado di sapere chi fossero e che cosa ci si aspettava da
loro (…) Invece con la sfida del femminismo, ma anche con la
diversa organizzazione del lavoro, gli uomini non avevano più
la certezza della loro identità maschile. Le donne erano
ormai entrate in gran numero nel mondo pubblico del lavoro e
in alcuni settori erano in competizione alla pari degli
uomini. (…) Una fonte del potere maschile era insidiata e gli
uomini dovevano imparare a negoziare più da uguali nel
contesto delle relazioni intime" (Seidler, 1995).
L’idea che gli uomini
siano meno portati delle donne a prendersi cura dei figli e
che siano meno ricettivi nei confronti dei bambini, è
oramai anacronistica. Alcuni studi (Hill, 1999) hanno dimostrato
che, già nella fase precoce dell’infanzia, nell’uomo
e nella donna è individuabile un’identica sensibilità
verso i neonati. Sulle pari capacità di essere entrambi
delle valide figure genitoriali sembrano concordare anche le
politiche sociali europee: nel Trattato di Maastricht, nel quadro
dei diritti dei lavoratori, viene accordato pari diritto ai
permessi di lavoro per paternità.
Sempre Hill dice che
gli uomini sono e saranno sempre più chiamati a fare
i conti con una società che cambia, le condizioni economiche
e lavorative dell’uomo hanno rilevanti effetti sul ruolo che
egli occupa in famiglia e nelle relazioni con la moglie e con
i figli. Mentre il rapporto madre-bambino dipende dall’esistenza
di una situazione di dipendenza e di fragilità del bambino
e diviene meno importante a mano a mano che il bambino cresce,
la relazione con il padre mantiene inalterato il suo significato,
dato che non si limita alle funzioni primarie di accudimento,
ma comprende attività finalizzate alla realizzazione
individuale. "La presenza del padre è indispensabile
per spezzare l’unità simbiotica tra madre-bambino e per
avviare quel processo di differenziazione necessario affinché
il piccolo possa iniziare il lungo percorso di costruzione autonoma
della propria identità di individuo. Tale separazione
tra i membri della diade non potrebbe avvenire se non intervenisse
una terza figura, ossia, il padre" (Smorti, 1997).
Come abbiamo già
detto, in linea generale, stiamo sempre più assistendo
ad una modificazione dei rapporti interindividuali, sia a livello
sociale nonché parentale ed amicale. La Francescato (1994)
afferma che il miglioramento delle condizioni di vita infonde
sui singoli e sulla collettività una maggiore sicurezza
che li porta ad essere più liberi di sperimentare i rapporti
che preferiscono, anche se non sono conformi con le norme tradizionali
(coppie di fatto, convivenza omosessuale, separazione/divorzio,
secondo matrimonio, rapporti genitoriali e stili educativi alternativi,
ecc.). "D’altra parte, il rispetto di principi rigidi
mutuati dalla tradizione è tipico dei periodi di insicurezza,
quando la gente, preoccupata, ha bisogno di norme fisse e prevedibili,
che le diano una base di certezza."
L’uomo moderno, continua
la Francescato, "ha bisogno di ‛relazioni
pure‛ che, non più determinate o influenzate da
fattori esterni come in passato, sussistano per se stesse, per
ciò che il legame in sé può dare. Il rapporto
di coppia, quindi, non può più dipendere da criteri
esterni, come legami di sangue, doveri sociali e obblighi tradizionali.
Le relazioni pure sono basate sullo scambio reciproco, sull’impegno,
sull’intimità, sulla continua riflessione critica riguardo
alla qualità del rapporto, sulla fiducia e sulla
crescita comune."
A questi cambiamenti
sociali e culturali bisogna sommare l’introduzione del divorzio
nel nostro ordinamento giuridico, avvenuto con la legge n.898
del dicembre 1970, poi confermata dall’esito del referendum
popolare del ’74.
La legge stabilisce che
lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli
effetti legali del matrimonio religioso si hanno quando il giudice
accerta che "la comunione spirituale e materiale dei
coniugi non può essere mantenuta o ricostituita".
Nel caso di matrimonio religioso questo rimane valido per l’istituzione
ecclesiale.
Si può presentare
istanza di divorzio dopo una separazione accertata di 3 anni,
o anche meno, se il coniuge è consenziente al divorzio.
La sentenza di scioglimento, dopo che il giudice istruttore
ha accertato se esistono motivi validi, viene pronunciata dal
tribunale dopo un tentativo, da parte del presidente, di riconciliazione
dei coniugi.
La sentenza è
sempre impugnabile da una delle due parti. Dal momento in cui
essa viene riportata nei registri di stato civile i coniugi
non sono più legalmente sposati e acquistano lo stato
di nubile e di celibe, e possono contrarre nuovo matrimonio.
Tutti i diritti e i doveri inerenti all’unione matrimoniale
vengono meno, ad esclusione di quelli riguardo i figli, e la
comunione legale dei beni si scioglie.
I coniugi divorziati
perdono i diritti ereditari reciproci, ma il tribunale può
disporre che un coniuge versi all’altro un assegno periodico
proporzionale ai suoi redditi, nel caso in cui quest’ultimo
si trovi in particolari condizioni economiche. L’obbligo cessa
comunque qualora che ha diritto agli alimenti passi a nuove
nozze.
A seguito di scioglimento
dei matrimonio non mutano affatto gli obblighi dei genitori
nei confronti dei figli. È il giudice che decide a quale
dei due coniugi affidarli e le norme previste sono quelle che
valgono anche in caso di separazione personale.
Al momento della sua
promulgazione, la legge sul divorzio risultava espressione delle
nuove esigenze familiari e sociali; analizzando i dati ISTAT
vediamo che dal 1971 al 1993 le sentenze di scioglimento del
matrimonio sono progressivamente aumentate, soprattutto dopo
il 1987, anno in cui la legge 74/1987 ha ridotto da 5 a 3 anni
il periodo di separazione necessario per il divorzio.
Concludendo, l’insieme
di questi cambiamenti intercorsi a livello individuale, sociale,
culturale e legislativo – processi evolutivi fortemente intercorrelati
fra loro - non potevano non apportare modificazioni anche nell’espressione
della funzione genitoriale. Nell’ambito di una società
complessa, con un pluralismo di valori, ideologie e istituzioni
educative, potenzialmente la famiglia rischia di perdere la
sua funzione educativa e di socializzazione primaria. "I
genitori risultano insicuri e confusi sui valori da trasmettere
e sul ruolo di orientamento e di guida che dovrebbero assolvere"
(Di Giorgi, 1996).
La poca presenza di relazioni
significative non è solo riconducibile ad una questione
quantitativa di tempo, dovuta alla nuova partecipazione lavorativa,
ma è anche, e soprattutto, di carattere qualitativa.
Come ho potuto constatare anche dai risultati di uno studio
che ho condotto presso la cattedra di Psicologia dello Sviluppo
della Facoltà di Scienze della Formazione, Università
"Roma Tre", il dialogo tra le diverse generazioni
sembra essersi interrotto o almeno langue. Il rapido mutamento
dei modelli di vita fa sentire i genitori sempre più
inadeguati ai tempi; hanno paura di perdere la stima dei figli
e così oscillano tra comportamenti lassisti e atteggiamenti
rigidi, fondati su valori precostituiti e storicamente superati.
I figli, di conseguenza, risentono dell’assenza di relazioni
autorevoli, divenendo frustrati nei loro bisogni di sicurezza
e di fiducia, rischiando di crescere in un clima di vuoto affettivo
e pedagogico.
La situazione, come vedremo
nei prossimi contributi, si acuisce e diventa ancora più
a rischio se i figli si trovano ad essere protagonisti dell’evento
di separazione genitoriale e, soprattutto, si trovano a vivere
in un ambiente altamente conflittuale, dove non sempre i loro
bisogni affettivi-relazionali trovano una idonea soddisfazione.
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