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Come
si vede nella tabella n.1, nei disegni di bambini separati si
riscontra una scarsa valorizzazione di sé, principalmente espressa
nell’assenza di particolari con funzione distintiva rispetto
agli altri personaggi, come, ad esempio, il colore di occhi
e capelli o i capi di vestiario (67,7%), un utilizzo di colori
più sfumati e freddi, o addirittura un’assenza di colore (33,3%).
Appare, inoltre, peculiare una sorta di diffusa staticità dei
personaggi disegnati e in alcuni casi (23,3%) tali personaggi
sono raffigurati con occhi “vuoti”, cioè privi di pupille, particolare
che non è stato rilevato in nessun disegno appartenente al campione
di controllo. Questi disegni appaiono poi di livello formale
meno evoluto rispetto a quello dei bambini con famiglia intatta.
Infine, dato assai rilevante, il 43,3% dei bambini omette, nella
rappresentazione grafica, il genitore non affidatario.
In
uno studio di Della Giustina e De Renoche (1995) si sono analizzati,
attraverso una serie di indagini diagnostiche e di osservazioni
cliniche, le ripercussioni dell’evento di disgregazione familiare
sui bambini nella fase di latenza. Si è voluto concentrare l’attenzione
sull’età della latenza dato che viene comunemente considerata
come una fase a basso rischio per la relativa assenza di conflitti
manifesti: “i bambini di questa età sembrano maggiormente
resistenti alle crisi di separazione, non esprimono, infatti,
in termini eclatanti correlazioni evidenti tra trauma subito
e disturbi comportamentali”.
Dalla
ricerca risulta effettivamente che questi bambini tendono a
manifestare un minor grado di conflittualità e, quindi, un maggiore
adattamento nei confronti della situazione che stanno vivendo.
La nuova realtà familiare sembra venire accettata e la sofferenza
sembra essere assente o, quantomeno, non esplicitata, anzi la
casistica indica condotte ai limiti dell’indifferenza e/o che
si caratterizzano per aspetti di ipervivacità e di apparente
allegria.
In
questi comportamenti, per certi aspetti paradossali, si può
leggere la reazione del bambino che, privato del guscio familiare
protettivo e rassicurante, cerca di far fronte al mutare degli
eventi, in una sorta di meccanismo di difesa, conformandosi
il più possibile alle nuove dinamiche familiari e ricorrendo
a strategie di alleanze alternate.
Il
periodo di latenza che segna il declino della sessualità infantile
corrisponde ad un intensificarsi della rimozione: “sulle
spinte istintuali tendono a prevalere i sentimenti e compare
il senso del pudore assieme alle prime aspirazioni di tipo morale
ed estetico. In questo contesto caratterizzato da una trasformazione
degli investimenti oggettuali in identificazione con i genitori
e da uno sviluppo della sublimazione, il bambino è portato a
reprimere i suoi bisogni ed a potenziare aspetti compiacenti,
imitativi, rispondenti a quello che gli altri si aspettano da
lui” (Della Giustina e De Renoche, op.cit.).
È
evidente che sotto una sintomatologia apparentemente poco significativa,
si nasconde una serie articolata di distorsioni emotive e relazionali.
Una situazione rilevante come la separazione genitoriale non
può non avere degli effetti anche in questa fase evolutiva:
il bambino, dopo un primo periodo di disorientamento, è portato
a potenziare i meccanismi di difesa tipici della fase di latenza
e quindi a negare il suo sentire e a distorcere le sue cariche
emotive. Infatti, ad una indagine approfondita il suo mondo
interiore appare fortemente perturbato, i vissuti risultano
pervasi da paure reali e irreali e affiorano conflitti di lealtà
nei confronti dell’uno o dell’altro genitore.
Questi
ultimi sono motivo di profonda lacerazione per il minore che,
soprattutto se si sente oggetto di contesa, reagisce accentuando
all’estremo l’alleanza con uno dei genitori, generalmente quello
affidatario. Inoltre, la paura inconscia di ulteriori abbandoni
non fanno che fossilizzare tali schieramenti, per altro carichi
di ambivalenza, e portare alla manifestazione di sentimenti
d’amore e di odio a senso unico. I ricercatori Guaraldi, Venuta
e Uguzzoni, dell’Università di Modena, hanno cercato di tracciare
l’immagine che i figli hanno dei loro genitori separati. Al
campione in esame, di età compresa tra i 9 e i 13 anni, sono
stati somministrati una serie di test proiettivi: per la precisione
il T.A.T. e le Favole di Düss. Dai risultati emerge, da una
parte, una caratteristica prevalente di introversione/dipendenza
e, dall’altra, un atteggiamento di piacere/ansia verso il genitore
non affidatario. Inoltre si è rilevato la presenza di reazioni
aggressive verso la famiglia e/o la scuola: questo può rappresentare
un agire in termini aggressivi di un vissuto di deprivazione
che investe la propria famiglia interna. La qualità di questa
deprivazione, come suggeriscono le risposte ai test proiettivi,
richiama la necessità di un “altro” fisico, corporeo, per il
quale possano vivere le emozioni dei bambini. Non deprivazioni
tanto per l’assenza di un modello pedagogico buono, ma deprivazione
per il venire meno di una parte fisica del proprio mondo, in
cui oggetti ed emozioni diverse si organizzano, parte che non
appare compensata dai processi del pensiero secondario. Ci sembra
importante a questo punto rilevare che “non è possibile pensare
alla separazione come ad un evento puntiforme, atemporale, ma
che questa vicenda assume, piuttosto, le caratteristiche di
un processo e come tale si estende in un continuum temporale
nel quale non è nettamente delimitabile da ciò che lo precede,
la conflittualità intrafamiliare, né da ciò che lo segue”
(Menegati e Arisi, 1988)
Non
per altro, la maggior parte degli autori afferma chiaramente
che il tema delle separazioni coniugali e delle relative influenze
sui figli, possa essere affrontato solo attraverso il riconoscimento
della complessità di esso, vale a dire come problema non più
solo individuale o di coppia, ma multidimensionale e multifattoriale.
Come afferma Giordano (1999), ciò non significa solo fermarsi
ad esaminare il ruolo avuto nella genesi delle singole manifestazioni
dalle problematiche socioeconomiche, culturali, transgenerazionali,
e via dicendo, ma uscire da una lettura lineare delle casualità
in atto.
Piuttosto che considerare l’evento separazione/divorzio
genitoriale come mera causa dell’insorgenza nella prole di eventuali
eventi psicopatologici e/o di disadattamento sociorelazionale,
meglio tener conto dell’esistenza o meno di tutta una serie di
fattori. È risultato che “è più deleterio per la salute psichica
del minore vivere in una famiglia legalmente intatta, ma conflittuale,
rispetto ad una famiglia separata ma sufficientemente stabile
e serena. Inoltre, risulta importantissimo per il minore, il tipo
e la qualità delle interazioni che si vanno strutturando tra i
vari membri della famiglia, a separazione avvenuta, che non la
separazione in sé” (Cigoli, 1997).
In
linea con questi ultimi presupposti, la Ercolani e la Francescato
(1994), al fine di verificare se avesse una influenza negativa
sulla prole la separazione in quanto tale o, più semplicemente,
il loro disaccordo e/o conflittualità, hanno svolto una indagine
su un campione di 120 ragazzi (60 figli di genitori uniti e
60 figli di genitori separati), di età compresa tra i 7 e i
15 anni, residenti nel centro e nel sud Italia.
A
ciascun soggetto è stata somministrata una batteria di test,
tra cui la “Scala di percezione del conflitto familiare”
(CPQ) di Emery e O’Leary, la “Scala di locus percepito di
controllo del comportamento” di Connell e la “Scala sulle
credenze circa il divorzio dei genitori” di Kurdek e Berg
(quest’ultima scala è stata ovviamente somministrata solo ai
figli di famiglie separate).
Dall’analisi
dei risultati risulta che il conflitto con i genitori o tra
i genitori è un importante predittore di alcune caratteristiche
dei ragazzi, quasi sempre indipendentemente dal fatto che i
genitori siano o meno separati. I figli di separati e di famiglie
unite non si differenziano in nessuno dei vari aspetti del concetto
di sé; la propensione ad avere buoni rapporti interpersonali
appare non dissimile fra i due gruppi di soggetti. Anche la
valutazione del proprio rendimento scolastico non presenta differenze
significative. Le autrici della ricerca sostengono che, sulla
base dei risultati ottenuti, non è tanto la separazione in sé,
ma piuttosto il conflitto fra genitori e le eventuali difficoltà
relazionali dei figli con uno o con entrambi i genitori, ad
apparire correlati con problemi emotivi e di comportamento.
Anche Amar e collaboratori (op.cit.)
mettono in rilievo il ruolo della conflittualità precedente,
del divorzio emozionale, nella genesi della sofferenza psichica
del bambino.
La prof.ssa Salerno (1999), dell’Università
di Palermo, partendo dai recenti studi che riconducono gli
effetti del divorzio sui figli principalmente come conseguenza
dell’esistenza di conflitti intrafamiliari, è andata ad indagare
il vissuto dei figli in età adolescenziale. Come abbiamo detto,
obiettivo della ricerca era quello di analizzare l’influenza
che il tipo di conflitto coniugale, nonché la modalità, da
parte dei due coniugi, di gestirlo, esercita sulla salute
psicologica dell’adolescente. Inoltre si è indagato il livello
di soddisfazione familiare di tutti i componenti della famiglia
e la qualità della comunicazione tra genitori e figli. Sono
stati somministrati una serie di questionari, sia ai genitori
che ai figli, ad un campione di 154 famiglie; i figli avevano
un età media intorno ai 16,5 anni. Dai risultati si evidenzia
che quando il conflitto coniugale si palesa con caratteristiche
di particolare intensità e violenza, le difficoltà comportamentali
dei figli vengono manifestate con maggiore frequenza. Inoltre
è stato evidenziato che nelle manifestazioni di tali difficoltà
esiste una correlazione legata al sesso del soggetto in esame:
“le adolescenti, infatti, nell’esprimere il proprio disagio
sembrano utilizzare una modalità più legata all’emotività
rispetto ai maschi che tendono a rendere più manifesto il
loro disagio utilizzando prevalentemente acting-out, comportamenti
aggressivi e antisociali”.
Dai risultati inerenti il livello di
soddisfazione familiare e la qualità della comunicazione esistente
si ipotizza che le famiglie con un alto livello di conflitto
coniugale siano caratterizzate da una struttura familiare
ove le dimensioni della coesione, dell’impegno emotivo e degli
scambi affettivi e comunicativi abbiano carattere di disimpegno
e di superficialità; mentre le famiglie con un basso livello
di conflitto coniugale appaiono più flessibili e più aperte
all’interazione.
Anche l’opinione prevalente che per
una crescita armoniosa il bambino avesse bisogno della presenza
costante e contemporanea delle due figure genitoriali non
sembra trovare accoglimento nelle recenti considerazioni teoriche.
Una recente ricerca australiana condotta dalla prof.ssa Sue
Spence, docente di Psicologia presso la Queensland University,
ha rivelato come i figli di madri rimaste singles dopo la
rottura del matrimonio non presentino un’incidenza maggiore
in termini di patologie psichiche di natura depressiva o ansiosa
rispetto ai coetanei di genitori non divorziati.
Sempre la prof.ssa Spence ha condotto
un ulteriore studio su un campione di 4.000 famiglie e ha
mostrato che gli aspetti problematici nei figli in termini
di disagio psicologico compaiono soprattutto quando le relazioni
della coppia genitoriale sono molto conflittuali e disturbate,
al di là del fatto che i genitori siano separati o meno. La
docente afferma che, il fatto che ci sia in casa un solo genitore,
non rappresenta un problema per il bambino né un fattore di
rischio, mentre è importante che questa figura genitoriale
si mantenga stabile ed affidabile. Il rischio compare, invece,
quando i genitori hanno atteggiamenti apertamente ostili,
generando nei figli forme depressive di varia intensità. Quando
poi queste tensioni si verificano nei primi 5 anni di vita
del bambino e le madri e/o i padri stessi, a loro volta, hanno
avuto disturbi depressivi o ansiosi, si è visto che questo
si ripercuote in maniera rilevante nei figli durante la loro
fase adolescenziale.
Il dott. Grimaldi, neuropsichiatra
infantile, durante un recente convegno “Genitorialità e
famiglia ricostituita” ha sottolineato come un idoneo
sviluppo infantile si basi sulla compresenza nella vita del
bambino dei seguenti fattori: