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La disgregazione del nucleo
familiare sembra costituire per il bambino un evento disturbante.
Presupponendo che ogni bambino, per uno sviluppo armonico della
propria personalità, preferibilmente abbia la presenza
delle due figure genitoriali, gli risulterà difficile,
che ha vissuto con entrambi i genitori e che con essi ha costruito
un rapporto significativo, vivere l'esperienza della separazione
e/o del conflitto familiare.
Logicamente non si può considerare tale evento come un
processo di automatismo e considerare, quindi, i figli delle
coppie separate come potenziali soggetti a rischio. Come del
resto non ci si può permettere il disconoscimento dei
relativi problemi che esistono, ponendo così in essere
deleteri meccanismi di rassicurazione collettiva e rimuovendo
difficoltà che sono reali.
Per il bambino, specie se particolarmente piccolo, risulta sempre
difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra lui
e i genitori e le relazioni intercorrenti tra i genitori stessi:
se si modificano queste ultime, il bambino è portato
a ritenere che si siano modificate anche le prime. Il bambino,
inoltre, non sempre possiede quegli strumenti cognitivi sufficienti
per elaborare la "perdita" di uno dei genitori e per
comprendere le cause reali delle difficoltà familiari.
Il bambino è spesso portato ad attribuirsi la colpa del
fallimento dell'unione familiare, quanto meno perché
non è stato in grado di farsi tanto amare da impedire
la rottura. Vivere, inoltre, l'allontanamento di uno dei genitori
come un abbandono, il che, in alcuni casi, innesca la paura
del verificarsi di altri abbandoni nel proprio ciclo di vita.
La separazione dall'altro quasi mai è un evento improvviso,
piuttosto si configura come un processo: quando la disillusione
verso il proprio oggetto d'amore idealizzato diventa sempre
più consistente e prende il posto della precedente speranza
e voglia d'unione, la membrana diadica si scompensa e si deforma..
"Oggetti esterni vengono inclusi nello spazio diadico per
sostenere la relazione coniugale che ormai non è più
funzionale per le due parti. Il bambino viene fatto entrare
nella collusione della coppia ed assume spesso la funzione di
sostenerla con la sua presenza e come oggetto dei meccanismi
di proiezione e di identificazione proiettiva" (Giannotti
e Bucci, 1985). Infatti, ben prima che venga manifestata verbalmente
l'intenzione di porre fine alla convivenza, si verificano all'interno
della famiglia tutta una serie di squilibri relazionali e di
carenze comunicative: i litigi divengono sempre più frequenti,
le incomprensioni si dilatano, e ognuno compie i propri arroccamenti
difensivi. Il bambino percepisce il clima di disagio che si
respira in famiglia, pur senza ben capirne le motivazioni, ed
il silenzio dei genitori ingigantisce il suo timore, soprattutto
se nessuno sente il bisogno di spiegargli, con un linguaggio
a lui comprensibile, cosa sta realmente accadendo.
Successivamente, quando ormai la rottura diviene manifesta e
le due parti contendenti passano a rinegoziare i complessi rapporti
personali e patrimoniali e a ridefinire le proprie posizioni
familiari e sociali, il bambino, non solo diviene maggiormente
consapevole della frattura familiare e del potenziale abbandono
da parte di un genitore, ma sperimenta ancora di più
sulla propria pelle i pesanti tentativi di alleanza che ognuno
dei due genitori vuole instaurare con lui a scapito dell'altro.
Molto spesso succede che il bambino viene manipolato per ottenerne
l'affidamento e ciò non solo per affetto materno/paterno,
quanto per una sorta di rivalsa: vincere la causa rappresenta
l'ottenere il pubblico riconoscimento di genitore, e quindi
anche di coniuge, adeguato. Il rapporto genitoriale, così
pesantemente contestato, potrebbe risultarne in parte compromesso,
perché il bambino tenderà ad assimilare le valutazioni
negative espresse dall'altro genitore e sarà indotto
a nutrire sentimenti negativi verso chi gli viene rappresentato
come colui/colei che lo ha abbandonato.
Inoltre, l'affidamento della prole sembra risultare funzionale
al bisogno di mantenere un rapporto che abbia un valore compensativo
della relazione coniugale ormai dissolta.
Purtroppo succede che il conflitto coniugale si protragga anche
dopo la sentenza di separazione ed il conseguente affidamento
della prole. Il genitore affidatario tenderà ad ostacolare,
anziché facilitare, i rapporti del figlio con l'altro
genitore. Il non affidatario, da parte sua, reagisce spesso
in maniera speculare, cercando di denigrare il genitore affidatario
e approfittando delle necessarie limitazioni che il genitore
affidatario impone al bambino per risultare ai suoi occhi come
il genitore più liberale e amichevole.
Succede anche che il genitore non affidatario, interpreti le
eventuali difficoltà relazionali con il figlio, dovute
generalmente ad una insufficiente comunicazione e ad un rapporto
superficiale con incontri fugaci e/o troppo programmati, come
il risultato di un'azione di plagio da parte dell'altro genitore,
con conseguente acutizzazione del conflitto.
Elizabeth Kubler Ross afferma che la separazione è vissuta
dal bambino, soprattutto se molto piccolo, con un misto di emozioni
che toccano il senso di abbandono, rabbia, frustrazione, sentimenti
simili al dolore provato di fronte alla morte di una persona
cara. Nonostante ci siano delle differenze sostanziali tra la
perdita della famiglia d'origine e la morte di una persona cara,
le fasi di adattamento e di integrazione alla nuova situazione
possono risultare le stesse. A tal proposito si evidenziano
cinque stadi di dolore del lutto che, trasportati nelle situazioni
di divorzio, si dividono in:
1° stadio: negazione. I bambini rifiutano di accettare il
divorzio genitoriale e la conseguente perdita di uno dei genitori,
arrivando a negare la realtà della separazione.
2° stadio: rabbia. E' frequente che i bambini in questo
momento particolare della loro vita provino rabbia o ostilità
nei confronti di uno o di entrambi i genitori, dei fratelli,
delle sorelle, degli amici e persino di loro stessi, ritenendoli/ritenendosi
la causa del conflitto e/o della separazione.
3° stadio: negoziazione. Alcuni figli, attraverso un cambiamento
comportamentale negativo (es. ricatto emotivo) oppure positivo
(es. alleanza manipolatoria), cercano di frenare il processo
di separazione genitoriale o di posticiparne il distacco.
4° stadio: depressione. Si è rilevato che i bambini
in questione hanno una probabilità maggiore di sviluppare
sentimenti di abbandono, di paura e si dimostrano apatici.
5° stadio: accettazione. Con il passare del tempo, gran
parte dei bambini sembrano riacquistare una sorta di equilibrio
e sentirsi a loro agio nella nuova situazione familiare, potendo
risperimentare sentimenti di conferma e di accoglimento affettivo.
I figli non arrivano ad una accettazione del divorzio dei propri
genitori se prima non affrontano ed elaborano le varie fasi
del dolore; come gli adulti, essi processano ogni sentimento
passo dopo passo fino a che possono controllarlo, passando allo
stadio successivo solo quando si sentono pronti. La cosa funzionale
per i bambini e per i genitori è permettersi di soffrire
poiché, solo in questo modo, è possibile superare
il dolore della separazione.
CONTINUA...
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