La famiglia ...

LA FAMIGLIA CHE CAMBIA

[di Michele A. Farris]


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La stessa tendenza di affido di minori verso le diverse figure parentali nei casi di separazione coniugale sembra riproporsi senza significative variazioni anche nei casi di divorzio.

 

 

 

Affido di minori nei casi di divorzio

 

%

Età del minore

Valore assoluto

Al padre

Alla madre

Alternato o congiunto

Ad altre persone

0 – 5 anni

588

3,6

94,2

2,0

0,2

6 – 10 an.

5.138

3,8

93,5

2,2

0,5

11 – 14 an.

4.920

7,3

89,9

2,3

0,5

15 – 17 an.

4.230

8,8

88,2

2,3

0,7

TOTALE

14.876

6,4

90,8

2,2

0,6

 

Tabella 10: Figli minori affidati nei casi di divorzio, classificati per tipo di affidamento ed età del minore (anno 1999).

 Come si deduce dalle tabelle n.9 e n.10, il 91,7% dei minori nei casi di separazione ed il 90,8% nei divorzi sono affidati alla madre; in entrambi i casi, si supera il 94% per bambini con meno di 6 anni. Il 5% dei minori nei casi di separazione e il 6,4 % nei casi di divorzio sono stati affidati al padre. La proporzione di affidi al padre tende ad aumentare via via che i figli si avvicinano alla maggiore età: passa dal 2,6 nei casi di separazione e 3,6 in quelli di divorzio allorché i figli hanno meno di 6 anni a più dell’8% in ambedue i casi se i figli hanno superato i 14 anni di età. L’affidamento alternato o congiunto al padre e alla madre appare ancora poco diffuso: ha riguardato solamente il 2,8% e il 2,2% dei minori affidati rispettivamente nei casi di separazione e di divorzio.
Si riscontra, in sede di separazione e divorzio, la prassi legale ove non sia possibile ricorrere all’affidamento congiunto, di privilegiare fortemente quello materno (oltre il 91% degli affidi sono alla madre). È giusto dire che ciò non è dovuto, come spesso è stato detto, ad una scarsa sensibilità giudiziaria nei confronti delle capacità paterne di svolgere tutte le funzioni connesse con l’affidamento di un figlio minorenne, infatti, anche nelle separazioni consensuali, in cui il giudice si limita a ratificare lo spontaneo accordo tra le parti, il fenomeno del prevalente affidamento del bambino alla madre risulta identico, sottolineando così la permanenza, nella cultura e nel costume, di una mentalità che delega alla madre il rapporto con i figli per quanto attiene alle esigenze quotidiane degli stessi.
Sempre per quanto riguarda l’evoluzione delle dinamiche familiari, risulta interessante rilevare che negli ultimi anni si assiste, anche in Italia, ad un aumento dei figli naturali, ossia nati fuori dall’istituto matrimoniale. I nati naturali sono passati da 31.375 del 1985 ai 45.095 del 1999, con un incremento del 45% e un incidenza sul totale dei nati aumentati dal 5,4% all’8,3%. Inoltre si è riscontrato un aumento dei nati naturali riconosciuti da entrambi i genitori. Su questo aumento ha influito sicuramente, oltre ai cambiamenti sopravvenuti a livello sociale ed economico, la nuova politica legislativa, con l’introduzione in primis del nuovo diritto di famiglia che ha consentito il riconoscimento dei bambini nati fuori dal matrimonio equiparandoli ai figli legittimi.

 

Figli riconosciti

 

 

Anno

solo dalla madre

solo dal padre

da entrambi i genitori

Non riconosciuti

1993

14,2

4,4

81,4

0,9

1994

13,4

3,7

82,9

0,9

1995

12,9

3,3

83,8

1,0

1996

12,3

2,8

84,9

1,0

 

Tabella 11: Figli naturali in base al riconoscimento dei genitori (valori percentuali).

Nel 1996 il 99% dei nati vivi naturali è stato riconosciuto da uno o da entrambi i genitori, e di questi l’85% è stato riconosciuto da entrambi. Di contro, appena l’1% dei figli naturali non è stato riconosciuto da nessuno dei genitori: un enorme passo avanti se si considera che negli anni ’70 tale percentuale si aggirava intorno all’80%, anche se è bene sottolineare come l’utilizzo degli anticoncezionali e la legalizzazione dell’aborto abbiano inciso non poco sulla limitazione di tali nascite.
Dal quadro delle rilevazioni demografiche effettuate, nel corso degli anni, sulla struttura familiare, appare evidente come l’istituzione familiare non può considerarsi una entità statica ma risulta essere in progressivo cambiamento, sia per quanto riguarda la sua composizione che le sue dinamiche intra ed extrasistemiche. La famiglia, al pari degli altri sistemi, si ristruttura e si adatta in corrispondenza delle molteplici influenze ambientali; non per altro, la configurazione e le funzioni familiari devono considerarsi strettamente connesse al contesto storico, sociale, economico e culturale di cui l’istituzione familiare si trova a far parte.
Ma oggi ha ancora senso parlare di famiglia? O non sarebbe più realistico parlare di famiglia intesa in senso plurale?
Secondo una corrente definizione, la famiglia è un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, di parentela, di affinità, di adozione, di tutela o da vincoli affettivi, che vivono abitualmente nella stessa abitazione.
Come giustamente afferma Bersaglio (1998), sempre più spesso si parla di famiglie anziché di famiglia, proprio per rilevare la nascita di una molteplicità di realtà familiari. Anche se in Italia il matrimonio rimane la forma di convivenza più adottata, si stanno diffondendo modelli di vita familiare alternativi, che rispecchiano il pluralismo di orientamenti culturali dell’odierna società.
Secondo gli attuali orientamenti sociologici, rientrano nella definizione di famiglia, oltre alle canoniche famiglie formate da un uomo e una donna legate dal vincolo del matrimonio (religioso e/o civile) le seguente strutture familiari:

-        famiglie di fatto eterosessuali;

-        famiglie di fatto omosessuali;

-        famiglie unipersonali;

-        famiglie monoparentali;

-        famiglie ricostituite.

Le famiglie di fatto eterosessuali sono quelle formate da un uomo e una donna che decidono di stare insieme senza che l’unione venga sancita legalmente e/o dal sacramento religioso. Comunque, è opportuno dire che, negli ultimi anni, il trattamento giuridico delle famiglie di fatto è stato equiparato a quello delle unioni matrimoniali, ad eccezione delle norme che regolano i rapporti patrimoniali e personali in caso di separazione della coppia, per le quali la convivenza non ha valore legale.
Anche se nel nostro Paese il matrimonio rimane la forma di convivenza più adottata, le famiglie di fatto stanno comunque aumentando, come rivelano i dati percentuali ISTAT: 

 

Zona geografica dell’Italia

Anno

Nord -Ovest

Nord -Est

Centro

Sud

Isole

1994

2,1

2,3

1,4

0,7

1,4

1996

2,5

3,1

1,6

0,6

0,8

1997

2,8

2,8

2,5

1,0

1,2

1999

3,0

3,7

2,8

1,1

1,6

 

Tabella 12: Famiglie di fatto in Italia per zone geografiche (valori percentuali).

È utile dire che, in Italia, questo tipo di unione sembra rappresentare una forma di transizione verso il matrimonio, piuttosto che un modello alternativo ad esso.
Le coppie di fatto, rispetto a quelle coniugate, risultano essere composte da soggetti più giovani, con un livello di istruzione più alto, entrambi lavoratori e spesso con una esperienza matrimoniale alle spalle. Inoltre, come risulta dalle ricerche condotte anche in altri Paesi, la vita delle coppie che convivono è caratterizzata da una maggiore autonomia dei partner e da una più equa suddivisione dei compiti familiari.

In questi ultimi anni, nelle società occidentali, acquistano sempre più interesse dal punto di vista statistico le cosiddette  famiglie unipersonali, ossia composte da una persona che vive da sola. Comunque, tale configurazione familiare è una realtà abbastanza variegata e acquista significato diverso a seconda dell’età e del sesso del componente.

 

 

CONTINUA...

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