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La
stessa tendenza di affido di minori verso le diverse figure
parentali nei casi di separazione coniugale sembra riproporsi
senza significative variazioni anche nei casi di divorzio.
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|
Affido
di minori nei casi di divorzio
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%
|
|
Età del minore
|
Valore assoluto
|
Al padre
|
Alla madre
|
Alternato o congiunto
|
Ad altre persone
|
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0 – 5 anni
|
588
|
3,6
|
94,2
|
2,0
|
0,2
|
|
6 – 10 an.
|
5.138
|
3,8
|
93,5
|
2,2
|
0,5
|
|
11 – 14
an.
|
4.920
|
7,3
|
89,9
|
2,3
|
0,5
|
|
15 – 17
an.
|
4.230
|
8,8
|
88,2
|
2,3
|
0,7
|
|
TOTALE
|
14.876
|
6,4
|
90,8
|
2,2
|
0,6
|
Tabella 10: Figli minori affidati nei casi di divorzio, classificati per tipo di affidamento
ed età del minore (anno 1999).
Come
si deduce dalle tabelle n.9 e n.10, il 91,7% dei minori nei
casi di separazione ed il 90,8% nei divorzi sono affidati alla
madre; in entrambi i casi, si supera il 94% per bambini con
meno di 6 anni. Il 5% dei minori nei casi di separazione e il
6,4 % nei casi di divorzio sono stati affidati al padre. La
proporzione di affidi al padre tende ad aumentare via via che
i figli si avvicinano alla maggiore età: passa dal 2,6 nei casi
di separazione e 3,6 in quelli di divorzio allorché i figli
hanno meno di 6 anni a più dell’8% in ambedue i casi se i figli
hanno superato i 14 anni di età. L’affidamento alternato o congiunto
al padre e alla madre appare ancora poco diffuso: ha riguardato
solamente il 2,8% e il 2,2% dei minori affidati rispettivamente
nei casi di separazione e di divorzio.
Si riscontra, in sede di separazione e divorzio, la prassi legale
ove non sia possibile ricorrere all’affidamento congiunto, di
privilegiare fortemente quello materno (oltre il 91% degli affidi
sono alla madre). È giusto dire che ciò non è dovuto, come spesso
è stato detto, ad una scarsa sensibilità giudiziaria nei confronti
delle capacità paterne di svolgere tutte le funzioni connesse
con l’affidamento di un figlio minorenne, infatti, anche nelle
separazioni consensuali, in cui il giudice si limita a ratificare
lo spontaneo accordo tra le parti, il fenomeno del prevalente
affidamento del bambino alla madre risulta identico, sottolineando
così la permanenza, nella cultura e nel costume, di una mentalità
che delega alla madre il rapporto con i figli per quanto attiene
alle esigenze quotidiane degli stessi.
Sempre per quanto riguarda l’evoluzione
delle dinamiche familiari, risulta interessante rilevare che
negli ultimi anni si assiste, anche in Italia, ad un aumento
dei figli naturali, ossia nati fuori dall’istituto matrimoniale.
I nati naturali sono passati da 31.375 del 1985 ai 45.095 del
1999, con un incremento del 45% e un incidenza sul totale dei
nati aumentati dal 5,4% all’8,3%. Inoltre si è riscontrato un
aumento dei nati naturali riconosciuti da entrambi i genitori.
Su questo aumento ha influito sicuramente, oltre ai cambiamenti
sopravvenuti a livello sociale ed economico, la nuova politica
legislativa, con l’introduzione in primis del nuovo diritto
di famiglia che ha consentito il riconoscimento dei bambini
nati fuori dal matrimonio equiparandoli ai figli legittimi.
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Figli
riconosciti
|
|
|
Anno
|
solo dalla madre
|
solo dal padre
|
da entrambi i genitori
|
Non riconosciuti
|
|
1993
|
14,2
|
4,4
|
81,4
|
0,9
|
|
1994
|
13,4
|
3,7
|
82,9
|
0,9
|
|
1995
|
12,9
|
3,3
|
83,8
|
1,0
|
|
1996
|
12,3
|
2,8
|
84,9
|
1,0
|
Tabella 11: Figli naturali in base al riconoscimento dei genitori (valori percentuali).
Nel
1996 il 99% dei nati vivi naturali è stato riconosciuto da uno
o da entrambi i genitori, e di questi l’85% è stato riconosciuto
da entrambi. Di contro, appena l’1% dei figli naturali non è
stato riconosciuto da nessuno dei genitori: un enorme passo
avanti se si considera che negli anni ’70 tale percentuale si
aggirava intorno all’80%, anche se è bene sottolineare come
l’utilizzo degli anticoncezionali e la legalizzazione dell’aborto
abbiano inciso non poco sulla limitazione di tali nascite.
Dal quadro delle rilevazioni demografiche
effettuate, nel corso degli anni, sulla struttura familiare,
appare evidente come l’istituzione familiare non può considerarsi
una entità statica ma risulta essere in progressivo cambiamento,
sia per quanto riguarda la sua composizione che le sue dinamiche
intra ed extrasistemiche. La famiglia, al pari degli altri sistemi,
si ristruttura e si adatta in corrispondenza delle molteplici
influenze ambientali; non per altro, la configurazione e le
funzioni familiari devono considerarsi strettamente connesse
al contesto storico, sociale, economico e culturale di cui l’istituzione
familiare si trova a far parte.
Ma oggi ha ancora senso parlare di famiglia? O non sarebbe più
realistico parlare di famiglia intesa in senso plurale?
Secondo una corrente definizione, la famiglia è un insieme di
persone legate da vincoli di matrimonio, di parentela, di affinità,
di adozione, di tutela o da vincoli affettivi, che vivono abitualmente
nella stessa abitazione.
Come giustamente afferma Bersaglio (1998), sempre più spesso
si parla di famiglie anziché
di famiglia, proprio
per rilevare la nascita di una molteplicità di realtà familiari.
Anche se in Italia il matrimonio rimane la forma di convivenza
più adottata, si stanno diffondendo modelli di vita familiare
alternativi, che rispecchiano il pluralismo di orientamenti
culturali dell’odierna società.
Secondo gli attuali orientamenti sociologici, rientrano nella
definizione di famiglia, oltre alle canoniche famiglie formate
da un uomo e una donna legate dal vincolo del matrimonio (religioso
e/o civile) le seguente strutture familiari:
-
famiglie di fatto eterosessuali;
-
famiglie di fatto omosessuali;
-
famiglie unipersonali;
-
famiglie monoparentali;
-
famiglie ricostituite.
Le
famiglie di fatto eterosessuali sono
quelle formate da un uomo e una donna che decidono di stare
insieme senza che l’unione venga sancita legalmente e/o dal
sacramento religioso. Comunque, è opportuno dire che, negli
ultimi anni, il trattamento giuridico delle famiglie di fatto
è stato equiparato a quello delle unioni matrimoniali, ad eccezione
delle norme che regolano i rapporti patrimoniali e personali
in caso di separazione della coppia, per le quali la convivenza
non ha valore legale.
Anche se nel nostro Paese il matrimonio rimane la forma di convivenza
più adottata, le famiglie di fatto stanno comunque aumentando,
come rivelano i dati percentuali ISTAT:
|
|
Zona
geografica dell’Italia
|
|
Anno
|
Nord -Ovest
|
Nord -Est
|
Centro
|
Sud
|
Isole
|
|
1994
|
2,1
|
2,3
|
1,4
|
0,7
|
1,4
|
|
1996
|
2,5
|
3,1
|
1,6
|
0,6
|
0,8
|
|
1997
|
2,8
|
2,8
|
2,5
|
1,0
|
1,2
|
|
1999
|
3,0
|
3,7
|
2,8
|
1,1
|
1,6
|
Tabella
12: Famiglie di fatto in Italia per
zone geografiche (valori percentuali).
È
utile dire che, in Italia, questo tipo di unione sembra rappresentare
una forma di transizione verso il matrimonio, piuttosto che
un modello alternativo ad esso.
Le coppie di fatto, rispetto a quelle coniugate, risultano essere
composte da soggetti più giovani, con un livello di istruzione
più alto, entrambi lavoratori e spesso con una esperienza matrimoniale
alle spalle. Inoltre, come risulta dalle ricerche condotte anche
in altri Paesi, la vita delle coppie che convivono è caratterizzata
da una maggiore autonomia dei partner e da una più equa suddivisione
dei compiti familiari.
In questi ultimi anni, nelle società occidentali,
acquistano sempre più interesse dal punto di vista statistico
le cosiddette famiglie unipersonali, ossia
composte da una persona che vive da sola. Comunque, tale configurazione
familiare è una realtà abbastanza variegata e acquista significato
diverso a seconda dell’età e del sesso del componente.
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