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I recenti e sanguinosi fatti di cronaca
di Reggio Emilia e di Chieri sottolineano in modo drammatico
come l’essere famiglia o il non esserlo più può generare a livello
individuale sentimenti di forte sofferenza emotiva, che in taluni
casi sfociano in reazioni cruente e/o eclatanti, gesti che possono
rappresentare una modalità per comunicare il proprio disaggio
e il proprio malessere.Sono in costante aumento i delitti che
si consumano in ambiente domestico, nel 2000 in Italia sono
stati 213 le vittime in seno ai nuclei familiari, mentre nel
2001 le vittime sono state 226. Oltre 760 morti negli ultimi
8 anni e 70 suicidi compiuti generalmente dopo aver ucciso gli
altri componenti familiari. Separazioni, divorzi, conflittualità
coniugale e liti per l’affidamento dei figli si trasformano
spesso in contrasti cruenti che arrivano fino all’omicidio.
Nel 62% dei casi l’assassino risulta essere il marito e/o il
padre, mentre le vittime sono quasi sempre le mogli e/o i figli.
Comunque, se il più alto numero di omicidi si registra tra i
coniugi, significativo risulta il tasso di omicidi compiuti
dai figli nei confronti dei genitori (15,1%) e dei figli uccisi
dai genitori (12,7%). Comprendere appieno le dinamiche che intercorrono
all’interno di un sistema come quello familiare, in una società
complessa e in continua evoluzione come la nostra, risulta essere
una sfida per il mondo scientifico nonché politico–legislativo.
Attualmente la famiglia viene considerata un sistema complesso
di relazioni multiple che interagiscono tra di loro. La famiglia
diviene il laboratorio in cui si sviluppano forme di legame
destinate a restare uniche verso altre persone, luogo in cui
si mettono a punto prototipi di relazioni sociali da esportare
nel mondo esterno, in cui i bambini sperimentano i primi conflitti
sociali.
Fondamentale
risulta considerare la struttura familiare secondo una prospettiva
ecopsicologica che tenga conto, accanto ai fattori di ordine
psico-comportamentali, anche del contesto sociale e culturale
e del particolare periodo storico che si vive.
Fin dagli anni ’70 e ancor di più negli anni ’80 l’istituzione
familiare è andata incontro ad una vasta e profonda ridiscussione
sia sul lato personale che su quello sociale e culturale. “Gli studi hanno sottolineato la tendenza verso un restringimento del ruolo
pubblico della famiglia per accordarle un ruolo di modello di
connessione simbolica tra le generazioni; ovvero, la famiglia
è sempre più valutata nell’orizzonte ristretto delle emozioni,
dei sentimenti, degli affetti, come luogo di deistitualizzazione
dei ruoli” (Malagoli Togliatti e Cotugno, 1996).
Non solo a livello relazionale la famiglia è andata incontro
a continue modificazioni e ridefinizioni ma anche dal punto
di vista strutturale, fattori d’altronde che sono fra loro in
stretto e continuo interscambio. Vediamo come la conformazione
familiare si è modificata negli ultimi vent’anni e quali ripercussioni
tali cambiamenti hanno avuto a livello domestico e sociale.
Da un punto di vista demografico, come riportato nella “Relazione
sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia,
2000”, fin dagli anni ‘80 assistiamo ad un rilevante invecchiamento
della popolazione italiana, principalmente dovuto, da una parte,
all’aumento della vita media e, dall’altra, ad una contrazione
della natalità. Il combinarsi di queste due tendenze ha portato,
negli anni, la popolazione infantile, ossia dai 0 ai 14 anni,
a rappresentare quote sempre più modeste, attestandosi nel 1999
sul 14,5% della popolazione totale, contro una media europea
del 17%, collocandosi, così, per ultima nel panorama europeo.
Tale fenomeno ha preso il nome di “rarefazione dell’infanzia”, per significare
il loro venire sempre meno quantitativamente all’interno di
una popolazione che gradualmente invecchia.
Oggi è del tutto evidente che i comportamenti procreativi degli
italiani seguono modelli che non garantiscono la sostituzione
tra le generazioni, come risulta dalla rilevazione della popolazione
italiana.
|
|
Anni
considerati
|
|
Fasce d’età
|
1991
|
1996
|
1997
|
1999
|
|
0
– 4 anni
|
4,8
|
4,7
|
4,6
|
4,8
|
|
5
– 9 anni
|
5,1
|
4,9
|
4,9
|
4,9
|
|
10
– 14 anni
|
5,9
|
5,1
|
5,0
|
5,0
|
|
15
– 17 anni
|
4,4
|
3,4
|
3,3
|
3,2
|
|
18
– 64 anni
|
64,4
|
64,8
|
64,8
|
64,6
|
|
Oltre
65 anni
|
15,3
|
17,1
|
17,4
|
17,7
|
| Totale popolazione |
56.778.031
|
57.460.977
|
57.563.354
|
57.612.615
|
Tabella 1: Popolazione residente in Italia per classe d’età (valori percentuali).
L’Italia
ha un livello di fecondità tra i più bassi al mondo, appena
1,2 figli per donna, un valore decisamente inferiore ai 2,1
figli per donna che consentirebbe la sostituzione di una generazione
con quella successiva.
La bassa fecondità e la conseguente contrazione delle nascite,
in aggiunta all’allungamento della vita media hanno prodotto,
oltre all’assottigliarsi del peso delle classi minorili, anche
un maggiore peso demografico delle classi anziane. L’indice
di vecchiaia – numero di persone con più di 65 anni per 100
minori di 0/14 anni – è in Italia oggi di 122, ovvero vi sono
122 anziani con più di 65 anni ogni 100 minori, mentre, in Europa,
tale indice si attestava attorno ai 94 anziani ogni 100 minori
della suddetta classe.
|
Annate
|
Indice
di vecchiaia
|
|
1991
|
96,6
|
|
1996
|
116,5
|
|
1997
|
119,4
|
|
1999
|
122,0
|
Tabella
2: Indice di vecchiaia in Italia (anni
1991 – 1999).
Il
consistente divario in questo indicatore è una ulteriore dimostrazione
del fatto che il processo di denatalità, verificatosi nel nostro
Paese a partire dalla metà degli anni ‘70, è stato particolarmente
lungo e intenso. Allo stato attuale la popolazione residente
in Italia risulta essere in
crescita, ma tale incremento è dovuto in gran parte alla popolazione
straniera stabilitasi in Italia. Il numero di nati da almeno
un genitore straniero è aumentato, negli ultimi anni, in maniera
statisticamente rilevante: si sono ormai superate le 20.000
nascite l’anno, passando dall’1,7% dei nati del 1989 al 4,1%
del 1995.
È importante sottolineare che tale denatalità non ha comportato
soltanto una minore incidenza dei minori sulla popolazione complessiva,
ma ha cambiato anche la struttura e la funzione della famiglia,
o meglio, delle famiglie.
|
|
Annate
considerate
|
|
1990
|
1994
|
1998
|
|
TIPOLOGIA
FAMILIARE
|
Valore assoluto
|
%
|
Valore assoluto
|
%
|
Valore assoluto
|
%
|
|
FAMIGLIE
SENZA NUCLEI:
|
4.409.000
|
21,7
|
4.739.000
|
22,9
|
4.907.000
|
23,2
|
|
• Una persona
sola
|
4.409.000
|
21,7
|
4.739.000
|
22,9
|
4.907.000
|
23,2
|
|
FAMIGLIE CON UN NUCLEO:
|
15.666.000
|
77,2
|
15.654.000
|
75,8
|
16.038.000
|
75,7
|
|
• Coppie
senza figli
|
3.818.000
|
18,8
|
4.073.000
|
19,7
|
4.414.000
|
20,8
|
|
• Coppie
con figli
|
10.324.000
|
50,9
|
9.905.000
|
48,0
|
5.415.000
|
46,8
|
|
• Genitore
con figli/o
|
1.524.000
|
7,5
|
1.676.000
|
8,1
|
1.709.000
|
8,0
|
|
FAMIGLIE CON PIU’ NUCLEI
|
209.000
|
1,0
|
272.000
|
1,3
|
244.000
|
1,2
|
|
TOTALE
|
20.284.000
|
100
|
20.665.000
|
100
|
21.189.000
|
100
|
v
Secondo l’ISTAT, il nucleo è l’insieme di persone quali una coppia con
figli celibi o nubili, una coppia senza figli, un genitore solo
con figli celibi o nubili; una famiglia può essere formata da
un nucleo più altri membri aggregati, da più nuclei, o da nessun
nucleo (es. persone sole, famiglie composte da due fratelli/sorelle,
da un genitore con figlio/a separato/a, ecc.).
Tabella
3: Famiglie per tipologia.
CONTINUA...
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