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RILEVANZA DEGLI ACCERTAMENTI PSICHIATRICI
NEL GIUDIZIO DI PROGNOSI CRIMINALE.


[ di
Ilario Giannini ]

La più recente dottrina psichiatrica e criminologica osserva come il reato nell'individuo portatore di disturbi psichici si debba considerare in termini di risposta o comunicazione congrua alla percezione del proprio ambiente e delle sue relazioni con esso.

Nel caso delle forme schizofreniche paranoidi vediamo che il malato dà luogo a determinate condotte in linea con il delirio ed è proprio nei tentativi di autodifesa che spesso si originano atteggiamenti di aggressione e di ribellione che possono estrinsecarsi in ogni specie di reato (danneggiamenti, ingiuria, diffamazione, lesioni, omicidio).

Nelle psicosi maniaco-depressive la commissione dei reati può dipendere dalla percezione della propria realtà secondo una connotazione drammatica e di rovina. Nei casi di insufficienza mentale il soggetto delinque spesso con lo scopo di mettersi in mostra, compensando la propria emarginazione, gli insuccessi lavorativi e relazionali, spesso senza afferrare in pieno il significato delle proprie azioni (sono frequenti le anomalie nel comportamento sessuale, delitti sessuali, furti, falsificazioni).

In dottrina si afferma che "il reato connesso al disturbo psichico assume la veste di sintomo che, anche se violento e contro le leggi, è pur sempre sintomo da ricollegare alla storia individuale e sociale del reo malato e come tale elemento per la diagnosi e la cura"[1].

Secondo Ugo Fornari un giudizio di pericolosità sociale psichiatrica può basarsi: "1) sulla presenza di una sintomatologia psicotica molto florida e riccamente partecipativa a livello emotivo, con assoluta assenza di consapevolezza di malattia; 2) oppure sull'accertamento di un grave deterioramento o una grave destrutturazione psicotica della personalità, con o senza pluriricoveri o plurirecidive; 3) notizia di uno o più scompensi comportamentali ravvicinati, sia in senso 'auto' che 'etero' distruttivi; 4) progressione di gravità nelle condotte di scompenso; 5) scarsa o nulla risposta alle terapie praticate, purché adeguate e purché non si tratti di simulatore; 6) necessità di protezione del malato e della società dagli acting-out che i disturbi psicotici hanno indotto e probabilmente, se non certamente, indurranno"[2].

La Cattedra di Psicopatologia Forense dell'Università di Torino ha condotto una ricerca empirica su 309 perizie psichiatriche eseguite negli anni '80 da cinque periti diversi di quattro Regioni del Nord Italia allo scopo di indagare i criteri usati in sede peritale per l'accertamento della pericolosità[3].

Da tale studio, pur rilevandosi come "esistessero, a volte, grandi distanze tra gli intendimenti teorici" dei vari periti che hanno messo a disposizione i loro lavori, emergono elementi di notevole interesse. Il giudizio di pericolosità non sembra correlato in alcun modo al livello di istruzione dell'autore di reato così come la presenza o l' assenza di ricoveri nell'infanzia o nell'adolescenza, mentre più significativa risulta la presenza o meno di precedenti psichiatrici. Una certa correlazione col giudizio di pericolosità è stato invece riscontrata con l'essere il soggetto occupato o meno.

La più forte correlazione col giudizio di pericolosità è stata riscontrata, nelle perizie esaminate, con l' esistenza di precedenti penali, a proposito dei quali si fa rilevare come si tratti di un elemento di tipo non psichiatrico e per la cui valutazione non sarebbe necessaria la specifica competenza del perito. Non sembra invece che il tipo di reato commesso influisca sul giudizio di riesame, privilegiando l' esame della patologia mentale su quello dei fatti commessi, ma disattendendo le istanze teoriche che vorrebbero il giudizio sulla pericolosità fondato non tanto sulla probabilità di commettere qualsiasi reato, ma piuttosto sulla probabilità che vengano commessi atti lesivi dell'incolumità personale (del resto una valutazione di tale elemento interesserà il giudice più che il perito psichiatra).

L'essere stato il soggetto periziando già sottoposto o meno a precedenti perizie psichiatriche appare cosa non indifferente al venir giudicato pericoloso, essendosi verificata una certa tendenza alla concordanza diagnostica e prognostica rispetto alle precedenti perizie. Inoltre, come era logico aspettarsi, si ha una concordanza tra giudizio di pericolosità sociale e diagnosi peritale consistente nell'inquadramento nosografico del caso, cioè con il dato di più diretta pertinenza psichiatrica, risultando significativamente associata tale pericolosità alla rilevazione di un deficit intellettivo, alterazioni deliranti del pensiero, alterazioni dell'umore o della sfera affettiva o disturbi psicotici del rapporto con la realtà e con gli altri.

Sembrerebbe quindi potersi dire, secondo l'autore di tale studio, che si possa dire che il perito sia orientato a focalizzare la propria attenzione sui criteri propri della sua disciplina, più che farsi distrarre da quelli di pertinenza giuridica, a meno che non si verifichi che "il perito, in perfetta buona fede, operi una traduzione del reato stesso in una situazione psicopatologica ... di conseguenza, formulando la prognosi si potrebbe ritenere che lo faccia in base alla presenza e alla persistenza di sintomi psicopatologici mentre, di fatto, si pronuncia in base anche alla fattispecie e alla gravità del reato". Ipotizzare simili operazioni non pare inverosimile ove si consideri che in alcuni test usati nelle perizie numerosi comportamenti devianti appaiono classificati come sintomo della malattia[4].

Inoltre l'autore citato aggiunge che non di rado "i periti, nel caso di individui che potrebbero essere prosciolti, ma che risultino bisognevoli di cure psichiatriche tendono a fare un uso strumentale del giudizio di pericolosità, conferendo aspetti 'terapeutici' alla misura di sicurezza che può venire applicata"[5].

Altra ricerca molto interessante circa la validità dei giudizi prognostici in tema di pericolosità sociale psichiatrica è quella effettuata da Riccardo Cavaliere e Vilma Ballocco in relazione ad un gruppo di 100 soggetti che presentavano infermità di natura psichica, sottoposti a perizia psichiatrica presso l'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Genova, controllando il parere prognostico espresso dai periti con il comportamento recidivante o meno dei soggetti stessi in un periodo successivo, della durata di almeno cinque anni, trascorso in libertà, effettuata mediante acquisizione dei certificati penali e dei carichi pendenti[6].

Dall'esame di tali perizie si rileva che il parere di pericolosità è stato espresso nel 53% dei casi esaminati ed è stato motivato dalla persistenza di sintomi psicopatologici ancora presenti al momento dell'indagine peritale, tali da far dedurre che fossero ancora in atto quelle situazioni che avevano favorito la commissione del reato. In linea di massima la previsione di pericolosità è risultata più frequente per i soggetti particolarmente giovani (18-21 anni), di sesso maschile, non coniugati, di condizioni economiche modeste o modestissime, con precedenti penali o psichiatrici (soprattutto per intossicazione cronica da alcool o stupefacenti, seguiti dalle affezioni da stati schizofrenici, cerebropatie infettive o congenite, psicosi borderline, epilessia ed altre patologie mentali).

Sono state quindi messe in evidenza quattro situazioni distinte:

1) Casi valutati come pericolosi ed effettivamente recidivati, pari al 30%.

2) Casi valutati come non pericolosi ed effettivamente non recidivati, pari al 38%.

3) Casi valutati come non pericolosi, in realtà recidivati pari al 9%.
4) Casi valutati come pericolosi, in realtà non recidivati, pari al 23%.

Da tale studio emerge innanzitutto che le concordanze tra la prognosi peritale ed il successivo comportamento tenuto in libertà (casi 1 e 2) sono decisamente superiori, per un totale del 68%, rispetto alle discordanze (casi 3 e 4) limitate al 32%. Ciò potrebbe far ritenere quindi che i giudizi di pericolosità basati su presupposti clinici di infermità psichiatrica siano, in linea di massima, abbastanza affidabili; va però notato come tra le discordanze una percentuale non indifferente di casi sia stata riconosciuta pericolosa mentre nella realtà dei fatti non si è dimostrata tale (23% contro il 9% rappresentato dall'ipotesi inversa) per cui, pur interpretando tale dato con le opportune riserve circa la possibilità di errori nella rilevazione dei dati consistenti nell'omessa valutazione di comportamenti recidivanti non conosciuti, sembrerebbe evidenziarsi una tendenza ad un "errore di sovrapredizione" della pericolosità sociale. Gli autori concludono che "sebbene molti ritengano che le ricerche sulla validità dei giudizi prognostici in tema di pericolosità sociale abbiano messo in crisi tale concetto, le ricerche sull'argomento non forniscono ancora dati univoci"[7].

Di particolare complessità poi risulta la valutazione psichiatrico-forense del c.d. "dual disorder", termine con il quale si indica una sindrome caratterizzata dalla presenza di due o più disturbi psichiatrici di cui almeno uno costituito da un abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti [8], in cui è considerato 'primario' il disturbo che si manifesta più precocemente e 'secondario' quello che si manifesta successivamente.

Tali sindromi pongono problemi non agevoli già dal punto di vista della diagnosi, soprattutto per le difficoltà di distinguere tra disturbo primario e secondario: forme giovanili di schizofrenia possono essere, per i primi tempi, mascherate da un abuso di sostanze psicotrope. Da un punto di vista clinico evidenti difficoltà derivano sia dal fatto che non sempre lo psichiatra ha specifica preparazione nel settore delle dipendenze, sia per l' attuale compartimentazione degli interventi organizzati in due distinti servizi territoriali (SERT e CSM) non sempre in sintonia operativa.

Tali sindromi rendono particolarmente problematica anche la prognosi di pericolosità sociale, essendo molto difficile prevedere come i due ordini di disturbo psichiatrico possono influire tra di loro in relazione alla probabilità di una futura recidiva[9].


NOTE

[1] R. CASTELLANI - R. CORREANI "Ospedale Psichiatrico Giudiziario: Sottosistema penitenziario" in Rass. Penit. e Criminol. 1983 II 787. "Il reato assume significato in rapporto al tipo di patologia del soggetto. Esso, a seconda dei casi esaurisce e soddisfa bisogni ed esigenze comunicative del malato".

[2] UGO FORNARI "Compendio di psichiatria forense" UTET Torino 1989.

[3] MARIA GRAZIA TERZI "In tema di pericolosità sociale psichiatrica" in Rass. Criminol. 1993, 367.

[4] MARIA GRAZIA TERZI "In tema di pericolosità sociale psichiatrica" in Rass. Criminol. 1993, 367.

[5] MARIA GRAZIA TERZI "In tema di pericolosità sociale psichiatrica" in Rass. Criminol. 1993, 367.

[6] RICCARDO CAVALIERE - VILMA BALLOCCO "Ricerche sulla validità dei giudizi prognostici in tema di pericolosità sociale" in Riv. It. Med. Leg. 1984 II 1092.

[7] RICCARDO CAVALIERE - VILMA BALLOCCO "Ricerche sulla validità dei giudizi prognostici in tema di pericolosità sociale" in Riv. It. Med. Leg. 1984 II 1092 e negli stesi termini GIACOMO CANEPA "L' esame psicodiagnostico in tema di accertamento e revisione della pericolosità sociale" in Riv. It. Med. Leg. 1984, 607 nel quale Canepa addebita la crisi del concetto di pericolosità sociale, non alla scarsa attendibilità dei giudizi prognostici, ma all'uso che del concetto di pericolosità sociale si è fatto: "attribuendo agli esperti il compito di formulare previsioni sul futuro comportamento del delinquente utilizzate non ai fini terapeutici, ma con risultati altamente repressivi, realizzando per i malati psichici forme di internamento che hanno costituito un equivalente della pena".

[8] ROBERTO CATANESI - ANTONELLA BELLOMO "Dual disorders: dalla diagnosi clinica alla valutazione psichiatrica-forense" in Riv. It. Med. Leg. 1996, 31. Gli autori fanno notare come fin dal 1960 numerosi studi in materia hanno indagato sull' incidenza dell' abuso di sostanze voluttuarie tra i pazienti psichiatrici mettendo in evidenza come almeno il 30% di tali pazienti aveva presentato problemi di abuso di sostanze e come tra questi, almeno la metà, faceva uso di droghe in modo continuativo.
Si sono tentati esami che attraverso lo studio della distribuzione dell' abuso di droghe tra i diversi disturbi psichiatrici potessero accertare l' esistenza di eventuali correlazioni specifiche tra questi ultimi e il tipo di sostanza stupefacente prescelta, evidenziandosi una tendenza degli schizofrenici al consumo di psicostimolanti quali anfetamina, cocaina, allucinogeni, mentre per i soggetti affetti da disturbi ansiosi la tendenza ad assumere sostanze alcoliche e sedativo-ipnotiche, infine tra i soggetti affetti da disturbi dell' umore a orientamento maniacale sono state riscontrate associazioni fra le più diverse sostanze, fra le più frequenti quelle stimolanti e l'alcool.

[9] ROBERTO CATANESI - ANTONELLA BELLOMO "Dual disorders: dalla diagnosi clinica alla valutazione psichiatrica-forense" in Riv. It. Med. Leg. 1996, 31.

 


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