La famiglia ...

LE REAZIONI COMPORTAMENTALI DEI FIGLI
NEI CASI DI SEPARAZIONE CONIUGALE.

[di Michele A. Farris]


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La disgregazione del nucleo familiare sembra costituire per il bambino un evento disturbante. Presupponendo che ogni bambino, per uno sviluppo armonico della propria personalità, preferibilmente abbia la presenza delle due figure genitoriali, gli risulterà difficile, che ha vissuto con entrambi i genitori e che con essi ha costruito un rapporto significativo, vivere l'esperienza della separazione e/o del conflitto familiare.
Logicamente non si può considerare tale evento come un processo di automatismo e considerare, quindi, i figli delle coppie separate come potenziali soggetti a rischio. Come del resto non ci si può permettere il disconoscimento dei relativi problemi che esistono, ponendo così in essere deleteri meccanismi di rassicurazione collettiva e rimuovendo difficoltà che sono reali.
Per il bambino, specie se particolarmente piccolo, risulta sempre difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra lui e i genitori e le relazioni intercorrenti tra i genitori stessi: se si modificano queste ultime, il bambino è portato a ritenere che si siano modificate anche le prime. Il bambino, inoltre, non sempre possiede quegli strumenti cognitivi sufficienti per elaborare la "perdita" di uno dei genitori e per comprendere le cause reali delle difficoltà familiari. Il bambino è spesso portato ad attribuirsi la colpa del fallimento dell'unione familiare, quanto meno perché non è stato in grado di farsi tanto amare da impedire la rottura. Vivere, inoltre, l'allontanamento di uno dei genitori come un abbandono, il che, in alcuni casi, innesca la paura del verificarsi di altri abbandoni nel proprio ciclo di vita.
La separazione dall'altro quasi mai è un evento improvviso, piuttosto si configura come un processo: quando la disillusione verso il proprio oggetto d'amore idealizzato diventa sempre più consistente e prende il posto della precedente speranza e voglia d'unione, la membrana diadica si scompensa e si deforma.. "Oggetti esterni vengono inclusi nello spazio diadico per sostenere la relazione coniugale che ormai non è più funzionale per le due parti. Il bambino viene fatto entrare nella collusione della coppia ed assume spesso la funzione di sostenerla con la sua presenza e come oggetto dei meccanismi di proiezione e di identificazione proiettiva" (Giannotti e Bucci, 1985). Infatti, ben prima che venga manifestata verbalmente l'intenzione di porre fine alla convivenza, si verificano all'interno della famiglia tutta una serie di squilibri relazionali e di carenze comunicative: i litigi divengono sempre più frequenti, le incomprensioni si dilatano, e ognuno compie i propri arroccamenti difensivi. Il bambino percepisce il clima di disagio che si respira in famiglia, pur senza ben capirne le motivazioni, ed il silenzio dei genitori ingigantisce il suo timore, soprattutto se nessuno sente il bisogno di spiegargli, con un linguaggio a lui comprensibile, cosa sta realmente accadendo.
Successivamente, quando ormai la rottura diviene manifesta e le due parti contendenti passano a rinegoziare i complessi rapporti personali e patrimoniali e a ridefinire le proprie posizioni familiari e sociali, il bambino, non solo diviene maggiormente consapevole della frattura familiare e del potenziale abbandono da parte di un genitore, ma sperimenta ancora di più sulla propria pelle i pesanti tentativi di alleanza che ognuno dei due genitori vuole instaurare con lui a scapito dell'altro. Molto spesso succede che il bambino viene manipolato per ottenerne l'affidamento e ciò non solo per affetto materno/paterno, quanto per una sorta di rivalsa: vincere la causa rappresenta l'ottenere il pubblico riconoscimento di genitore, e quindi anche di coniuge, adeguato. Il rapporto genitoriale, così pesantemente contestato, potrebbe risultarne in parte compromesso, perché il bambino tenderà ad assimilare le valutazioni negative espresse dall'altro genitore e sarà indotto a nutrire sentimenti negativi verso chi gli viene rappresentato come colui/colei che lo ha abbandonato.
Inoltre, l'affidamento della prole sembra risultare funzionale al bisogno di mantenere un rapporto che abbia un valore compensativo della relazione coniugale ormai dissolta.
Purtroppo succede che il conflitto coniugale si protragga anche dopo la sentenza di separazione ed il conseguente affidamento della prole. Il genitore affidatario tenderà ad ostacolare, anziché facilitare, i rapporti del figlio con l'altro genitore. Il non affidatario, da parte sua, reagisce spesso in maniera speculare, cercando di denigrare il genitore affidatario e approfittando delle necessarie limitazioni che il genitore affidatario impone al bambino per risultare ai suoi occhi come il genitore più liberale e amichevole.
Succede anche che il genitore non affidatario, interpreti le eventuali difficoltà relazionali con il figlio, dovute generalmente ad una insufficiente comunicazione e ad un rapporto superficiale con incontri fugaci e/o troppo programmati, come il risultato di un'azione di plagio da parte dell'altro genitore, con conseguente acutizzazione del conflitto.
Elizabeth Kubler Ross afferma che la separazione è vissuta dal bambino, soprattutto se molto piccolo, con un misto di emozioni che toccano il senso di abbandono, rabbia, frustrazione, sentimenti simili al dolore provato di fronte alla morte di una persona cara. Nonostante ci siano delle differenze sostanziali tra la perdita della famiglia d'origine e la morte di una persona cara, le fasi di adattamento e di integrazione alla nuova situazione possono risultare le stesse. A tal proposito si evidenziano cinque stadi di dolore del lutto che, trasportati nelle situazioni di divorzio, si dividono in:
1° stadio: negazione. I bambini rifiutano di accettare il divorzio genitoriale e la conseguente perdita di uno dei genitori, arrivando a negare la realtà della separazione.
2° stadio: rabbia. E' frequente che i bambini in questo momento particolare della loro vita provino rabbia o ostilità nei confronti di uno o di entrambi i genitori, dei fratelli, delle sorelle, degli amici e persino di loro stessi, ritenendoli/ritenendosi la causa del conflitto e/o della separazione.
3° stadio: negoziazione. Alcuni figli, attraverso un cambiamento comportamentale negativo (es. ricatto emotivo) oppure positivo (es. alleanza manipolatoria), cercano di frenare il processo di separazione genitoriale o di posticiparne il distacco.
4° stadio: depressione. Si è rilevato che i bambini in questione hanno una probabilità maggiore di sviluppare sentimenti di abbandono, di paura e si dimostrano apatici.
5° stadio: accettazione. Con il passare del tempo, gran parte dei bambini sembrano riacquistare una sorta di equilibrio e sentirsi a loro agio nella nuova situazione familiare, potendo risperimentare sentimenti di conferma e di accoglimento affettivo.
I figli non arrivano ad una accettazione del divorzio dei propri genitori se prima non affrontano ed elaborano le varie fasi del dolore; come gli adulti, essi processano ogni sentimento passo dopo passo fino a che possono controllarlo, passando allo stadio successivo solo quando si sentono pronti. La cosa funzionale per i bambini e per i genitori è permettersi di soffrire poiché, solo in questo modo, è possibile superare il dolore della separazione.


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