SPYWARE

di Leo Stilo


SPYWARE: UN “PARASSITA DIGITALE” DAI MILLE “UNTORI”.
Come una micidiale arma stealth il software spyware[1] si muove all’interno del “computer bersaglio” pronto a colpire, inviando dati ed informazioni a sconosciuti ricevitori in perenne ascolto nella rete, all’insaputa dell’ignaro internauta. La sua azione è velata dalla normalità e dalla genericità delle quotidiane operazioni compiute utilizzando l’elaboratore elettronico. Questa quotidianità rappresenta l’unico schermo conoscibile e visibile da un “operatore – tipo”, dotato di una cultura informatica, generalmente, limitata ed indirizzata ai programmi applicativi più comuni; vale a dire all’utente medio le cui conoscenze informatiche sono strettamente legate alla propria attività lavorativa e ad uno o più determinati interessi personali.
Il buio che circonda questi piccoli e silenziosi programmi elettronici impone di svolgere alcune riflessioni: 1. sulle modalità tecniche ed informatiche attraverso cui i predetti strumenti concretamente operano[2]; 2. sulle implicazioni sociali e giuridiche che ruotano attorno al rapporto software house / utilizzatore finale del programma elettronico ospite del “parassita” spyware.
L’economia di mercato rappresenta il “terreno di coltura” di questo particolare parassita digitale. La semplificazione delle modalità relazionali uomo/computer, infatti, è stata dettata principalmente dalla necessità di aumentare il bacino di possibili utilizzatori delle predette apparecchiature elettroniche non semplici da utilizzare al loro primo apparire. Questa spinta del mercato ha dato il via a tutta una serie di ricerche tese all’ideazione e alla realizzazione di supporti software che offrissero all’utente un’interfaccia sempre più semplice da utilizzare. Per realizzare ciò i rapporti tra l’uomo e la macchina da diretti, o quasi, divennero sempre più mediati da sovrastrutture che si moltiplicarono proporzionalmente alla semplicità ed intuitività della suddetta comunicazione. La fortuna di alcuni software è legata, infatti, all’intuitività dell’interfaccia utilizzata per comunicare con l’utente più che all’affidabilità, alla sicurezza e alla stabilità dello stesso programma. Inoltre, la necessità di risparmiare un’ingente quantità di tempo, semplificando operazioni complesse, ripetitive e poco creative riducendole ad un semplice “click” o facendole eseguire in modalità automatica, ha portato con sé la necessità/possibilità di far compiere all’elaboratore elettronico tutta una serie di compiti in modalità invisibile all’utente. La comunicazione con l’elaboratore/macchina è sempre più mediata da una serie di programmi che si occupano di semplificare la vita all’utente finale, permettendo di utilizzare apparecchiature sempre più complesse con modalità immediate, richiedenti brevi periodi di “rodaggio”. Nello stesso periodo in cui i processi di semplificazione della comunicazione andavano evolvendosi, il mercato dei prodotti commerciali scoprì l’efficacia di una pubblicità “digitalmente” mirata; quest’ultima, abbandonando il sistema “sparare nel mucchio”, si affidò a sistemi pubblicitari nati ai piedi delle nuove tecnologie caratterizzate dal fatto di basare la loro peculiare incisività su un complesso lavoro di reperimento, archiviazione ed elaborazione di informazioni relative ai gusti e alle abitudini personali del bersaglio a cui dovranno offrire, su un piatto preconfezionato, i vari prodotti commerciali.
La produzione “personalizzata di massa” è ormai una realtà che tende sempre più a soppiantare una “produzione di massa” che inizia a presentare un conto troppo salato in rapporto alle nuove procedure pubblicitarie basate sulla profilazione elettronica del consumatore/tipo[3].
Infine, un terzo elemento deve essere considerato rilevante ai fini della comprensione del fenomeno spyware: la nascita di particolari e recenti modalità di distribuzione dei programmi elettronici adottate dalle software house: freeware, shareware, adware, trial version…[4]
Nel momento in cui la semplificazione dei meccanismi di comunicazione e la tendenza all’utilizzo commerciale delle informazioni personali si trovano ad interagire con queste nuove forme di distribuzione commerciale dei programmi nasce e si diffonde il software “spyware”. Dal “brodo primordiale” della distribuzione del software in Rete nasce così una particolare moneta di scambio: i dati personali. Sin dai primi anni della diffusione di Internet l’utente medio aveva a disposizione strutture di comunicazione sufficientemente potenti, ma quello che ancora non veniva abbastanza sviluppato era il settore delle infrastrutture idonee ad utilizzare al meglio le potenzialità già presenti nella quotidianità tecnologica della vita privata e professionale[5]. Numerosi servizi, da sempre presenti sul Web come la posta elettronica, non erano facilmente utilizzabili a causa della carenza strutturale di programmi, c.d. applicativi, capaci di semplificare e valorizzare tali potenti strumenti. «Molti programmatori/navigatori spinti dall’insufficienza degli applicativi e dalla speranza non tanto di ricavare vantaggi finanziari, quanto di riuscire ad ottenere il plauso e il rispetto del “popolo della rete” per l’eleganza e la potenza con cui il loro programma risolveva un particolare problema, si cimentarono nella creazione di nuove applicazioni che semplificassero le azioni più comuni: sfruttando la sorprendente capacità di comunicazione del web, tali creazioni potevano essere condivise e diffuse agli altri naviganti. I programmi utilizzabili senza limiti sono chiamati “freeware”»[6].
Quello appena descritto può essere considerato la premessa logica e causale dei successivi passi che condurranno ad un uso, sempre meno “free”, di Internet finalizzato alla distribuzione del software[7]. Il passo successivo è rappresentato da tutta quella serie di programmatori e case produttrici di software che iniziarono a richiedere del denaro a chi avesse avuto l’intenzione di utilizzare, senza limiti temporali e quantitativi, il software da loro ideato, realizzato e distribuito attraverso la rete[8]. Parallelamente a questi fenomeni di distribuzione all’interno dell’ingegnoso popolo di internauti, tesi per inclinazione genetica alla ricerca di un modo gratuito per utilizzare i diversi e costosissimi programmi “applicativi”, si assiste alla diffusione di un particolare hobby: la ricerca dei crack-files, piccoli programmi che consentono di superare le barriere erette dai produttori riuscendo a far utilizzare i programmi oltre i limiti quantitativi o temporali imposti dai programmatori, in origine eliminabili solo da questi ultimi dietro pagamento di un congruo corrispettivo. Come risposta, numerose case produttrici di software indirizzarono la loro produzione verso la creazione di versioni dimostrative e con evidenti fisiologiche menomazioni rispetto a quelle commerciali. Queste versioni “limitate” sono dirette, palesemente, solo a far nascere il desiderio di acquistare la versione completa, senza il rischio che qualcuno possa, con qualche minuto di ricerca online, sbloccare i codici di sicurezza riuscendo ad utilizzare il programma in modo integrale e gratuito. La necessità di trovare nuove modalità di distribuzione ha condotto le case produttrici di programmi a percorrere strade diverse per ottenere il più alto profitto con il minore costo e rischio possibile. Per tale motivo numerosi produttori iniziarono a perseguire una particolare forma di distribuzione del proprio software (c.d. adware), consistente nel concedere gratuitamente il programma a patto che l’utente decida di subire una serie di messaggi pubblicitari (c.d. banner) durante l’utilizzo degli stessi[9].
La differenza principale rispetto al freeware consiste proprio nell’obbligare l’utente finale a visualizzare, durante l’utilizzo del programma adware, i messaggi promozionali dei prodotti commerciali delle aziende che hanno stipulato dei contratti pubblicitari con le case produttrici del software. In questo modo non è più l’utente, direttamente, a pagare per l’utilizzo del programma ma le varie aziende commerciali che sfruttando la diffusione del programma distribuito gratuitamente riescono ad aprire e mantenere una finestra privilegiata negli schermi di numerosi utenti/consumatori. Sebbene tale modalità di distribuzione risultò positiva e proficua sia per i programmatori che per le aziende pubblicizzate, la crescente difficoltà di trovare nuove e creative forme di pubblicità online comportò un impegno sempre maggiore, con notevole impiego e distrazione di risorse, che le aziende produttrici di software riuscirono a stento a sostenere. «Per affrancare gli sviluppatori da tali oneri, sono nate alcune società specializzate proprio nella gestione e nella promozione pubblicitaria dei software: un programmatore ha la possibilità di stipulare un contratto con una di esse, ottenendo successivamente un compenso proporzionato all’attenzione ricevuta dal banner inserito nella sua applicazione (normalmente vengono contati i click dei visitatori sul banner stesso)»[10].
Questo tipo di pubblicità, in un primo tempo, era diretto su una massa informe di possibili e poco probabili consumatori, determinati solo per macrocategorie. La pubblicità di un prodotto, infatti, veniva sparata nel mucchio indefinito di potenziali acquirenti senza possibilità alcuna di calibrare il messaggio sui gusti personali dei singoli consumatori. Si sparge a macchia d’olio, così, l’esigenza di raccogliere un numero, il più elevato possibile, di informazioni relative ai gusti e alle abitudini del popolo di Internet allo scopo di divulgare sempre più efficacemente, mirando su precisi bersagli e in modo sempre più incisivo, i messaggi promozionali di natura commerciale.
Gli utilizzatori di Internet si dimostrarono restii a fornire, nonostante tutte le lusinghe, le promesse e le fantasiose iniziative delle numerose aziende addette alla raccolta dei dati rilevanti ai fini della profilazione degli utenti, i propri dati personali provocando l’irrigidimento di un meccanismo che si era dimostrato altamente lucrativo. I dati raccolti, archiviati ed elaborati divennero in modo sempre più chiaro una fonte di ricchezza e in alcuni casi un reale “bene” di scambio. Ora che il rapporto dati personali/denaro era stato non solo ipotizzato a livello astratto e concettuale, ma concretamente realizzato nella pratica commerciale, occorreva trovare nuove e più potenti forme di reperimento e rastrellamento di queste particolari “monete”. Questi nuovi mezzi dovevano rivelarsi idonei a creare delle “autostrade privilegiate” all’interno della Rete percorribili da flussi sempre più ingenti di dati e diretti, nel breve periodo, a soppiantare la semplice e palese richiesta rivolta all’internauta tramite gli ormai vetusti questionari di varia natura e genere. Tra le preziose informazioni, custodite nel personal computer degli utenti, e le aziende addette alla loro raccolta, purtroppo per le seconde, il maggior ostacolo al loro incontro era rappresentato dai c.d. “domini di protezione”[11], per superare i quali è necessario, in via generale, disporre di una base logistica all’interno del primo.
Come inserire, all’insaputa dell’internauta, un agente segreto e silenzioso pronto ad inviare periodicamente ad ogni collegamento le notizie generate e presenti all’interno del computer ospite?
Il punto di partenza è rappresentato dal software di tipo adware: le aziende utilizzatrici di questa particolare modalità di distribuzione e d’uso del software in passato avevano già instaurato con l’utente un binario di comunicazione che dai propri server web era diretto ad aggiornare periodicamente i messaggi pubblicitari sui banner del personal computer in cui era installato il programma adware. Era sufficiente che all’interno di questi programmi “vettori” fosse inserito accanto al ricevitore un “parassita” rastrellatore e trasmettitore di dati presenti e generati nel computer “ospite”. In questo modo si potevano superare facilmente tutte le possibili politiche restrittive dei domini di sicurezza, perché il programma installato dallo stesso utente sarebbe stato libero di operare, senza o quasi, misure restrittive. Il passo è breve ma fecondo di gravi conseguenze che meritano un’attenta riflessione: nel momento in cui il flusso delle informazioni diviene biunivoco, cioè non solo dal server web delle aziende pubblicitarie al personal computer, ma anche in senso inverso, il flusso di quello che dal personal computer esce deve poter essere controllato e gestito dal proprietario dello stesso.
L’utente medio non è a conoscenza della possibilità concreta che assieme a questi programmi applicativi, semplici “vettori infettivi”, potranno essere installati dei programmi che non si limitano a ricevere gli aggiornamenti dei banners pubblicitari, ma che hanno il compito di raccogliere ed inviare, collegandosi senza autorizzazione o avvertimento alcuno, a server sconosciuti informazioni concernenti i gusti e le abitudini di chi utilizza il computer “ospite”.
Il software “spyware”, quindi, non è altro che un programma di dimensioni ridotte che viene installato nei meandri di un numero sempre più ampio di file presente nei sistemi di ogni computer, mimetizzandosi. Quando l’utente si connette ad Internet, il programma “entra in azione in modalità stealth, senza che l’ignaro navigatore possa accorgersene utilizzando la comune “diligenza informatica”. Tale software, infatti, utilizzando l’accesso alla rete impiegato per le normali attività lavorative o ludiche si mette in contatto, secondo un programma prestabilito, con un particolare server inviando e ricevendo dati. I problemi interpretativi dal punto di vista giuridico risiedono proprio nell’instaurazione di una silente e non autorizzata comunicazione tra il computer “ospite” ed il server web “untore” che ha ad oggetto dati e contenuti prodotti dal primo[12]. Lo scopo delle imprese che si occupano di raccogliere ingenti quantità di informazioni provenienti dagli innumerevoli elaboratori elettronici, in cui i loro poderosi parassiti giacciono in uno stato di quiescenza in attesa di inviare preziosi dati, è quello di rivendere il frutto di questi ingenti bottini ad agenzie di marketing o semplicemente ad altre aziende[13]. Il problema giuridico da affrontare una volta decifrato il DNA di questi particolari “parassiti” è quello di verificare la compatibilità di un prodotto commerciale così particolare con l’ordinamento giuridico italiano e con il suo complesso tessuto di norme poste a garanzia della persona e dei suoi interessi primari[14].
Per concludere sul fenomeno spyware un’ultima riflessione: accanto alla capillare diffusione delle nuove tecnologie informatiche e telematiche è necessario diffondere la consapevolezza dei costi e dei rischi ad essa connessi. Mentre i rischi sono accettati come possibili, i costi da sopportare sono certi e non sono solo quantificabili in termini monetari, ma anche e principalmente in quantità di informazioni personali da voler spendere e conservare.

Leo Stilo
www.leostilo.com

NOTE
[1] ROSSI, Lo spyware e la privacy, in Diritto delle nuove tecnologie informatiche e dell’Internet ( a cura di CASSANO), IPSOA, 2002, 184 ss.
[2] Per un approfondimento dell’argomento “spyware” si rinvia al sito www.dirittoesicurezza.it.
[3] MACCABONI, La profilazione dell’utente telematico fra tecniche pubblicitarie online e tutela della privacy, in Il diritto dell’informazione e dell’informatica, 2001, 426.
[4] SISTO, Le diverse modalità di distribuzione del software: freeware, shareware e trial version, in Diritto delle nuove tecnologie informatiche e dell’Internet, op.cit., 1058:«…rientra nell’esercizio del diritto di prima pubblicazione la concessione della facoltà di utilizzare i programmi in diverse forme racchiuse in tre grandi categorie: il software libero, non-libero e commerciale…».
[5] CIAMBERLANO, Spyware Story, www.dirittoesicurezza.it .
[6] CIAMBERLANO, Spyware Story, www.dirittoesicurezza.it.
[7] SISTO, Le diverse modalità di distribuzione del software: freeware, shareware e trial version, op.cit., 1063: « …omissis…il freeware, software con riserva di copyright, il quale non è abbinato ad una definizione precisa, ma in generale viene inteso come software gratuito, del quale però, elemento importantissimo, non viene reso il codice sorgente. Infatti l’autore di questo tipo di software concede il diritto di riprodurlo e distribuirlo solo in ipotesi molto rare, accordando raramente il diritto di modificarne una parte, realizzando così una sorta di ibrido tra software libero e proprietario. Con il suffisso “free” si tende ad indicare poi solo la gratuità del prodotto, non invece la totale libertà di modificazione e diffusione concessa all’utente/utilizzatore come avviene nel caso del software libero».
[8] SISTO, Le diverse modalità di distribuzione del software: freeware, shareware e trial version, op.cit., 1064: « Nell’ampia categoria di software “non libero” rientra sicuramente la tipologia dello shareware, particolare forma di programma per elaboratore, attraverso la quale il “titolare” concede all’utente la possibilità di ridistribuzione e di utilizzare per un tempo determinato il prodotto. Attraverso l’utilizzo del try & buy sarà possibile pertanto prendere visione del prodotto nella sua integrità e nel caso in cui si fosse soddisfatti delle caratteristiche proposte, comprarlo, versando il danaro richiesto direttamente nelle tasche del produttore.».
[9] ROSSI, Lo spyware e la privacy, op. cit., 188: «negli ultimi temi si sta diffondendo tra le case produttrici di software una modalità di distribuzione particolare, e cioè il cosiddetto adware. Viene quindi permesso l’utilizzo gratuito e a tempo indeterminato di un programma a patto che l’utente si sottoponga ad una serie di comunicazioni a carattere promozionale, in genere sotto forma di banner pubblicitari che compaiono nel proprio browser o direttamente nel programma in questione. I banner pubblicitari vengono prelevati da un server web dedicato, stabilendo un collegamento tra il computer e il server web. Per ogni banner visualizzato nel programma, il suo autore percepisce un compenso che, seppure modesto, concorre ad un business miliardario se moltiplicato per le decine di migliaia di persone che utilizzano quel programma».
[1]0 CIAMBERLANO, Spyware Story, www.dirittoesicurezza.it.
[11] Per la definizione di “domini di sicurezza” appare opportuno riprendere quanto scritto in merito da CIAMBERLANO, Spyware story, op.cit.: «I programmi eseguibili in un sistema operativo sono solitamente confinati in quelli che vengono chiamati in gergo informatico “domini di protezione”; ciascun dominio (che astrattamente è utile visualizzare come una zona geografica dai limiti invalicabili al cui interno vengono confinate le applicazioni) ha il compito di regolamentare le azioni che ciascun software può compiere, seguendo specifiche politiche di sicurezza. Semplificando molto la reale situazione, esempi di domini possono essere: 1) Insieme dei programmi installati dall’utente sul calcolatore; questi possono compiere la maggior parte delle azioni, supponendo (ottimisticamente) che l’utilizzatore non installi software dannoso sul proprio computer. 2) Insieme dei programmi allegati a pagine web (quest’ultime possono infatti contenere applet java, activeX, animazioni flash ed altro, ovvero piccoli software che svolgono compiti più o meno utili; ad esempio molte chat on-line utilizzano applet java per gestire il flusso di messaggi); queste applicazioni sono sottoposte a forti restrizioni: non possono leggere o scrivere sul disco rigido del computer ospite (per evitare la lettura o la cancellazione di documenti riservati), né su questo possono installare o eseguire programmi (per evitare che questi ultimi, i quali godono di maggiori privilegi, vengano utilizzati per compiere azioni dannose). Per un esempio reale di applicazione del concetto di dominio si può sbirciare nelle impostazioni di sicurezza di internet explorer, avendo cura di non modificare le impostazioni predefinite a meno di non essere sicuri sugli effetti del cambiamento: dal menù strumenti di explorer selezionare “opzioni internet” quindi il tab “protezione”».
[12] GRISENTI , Spyware e domicilio informatico, www.interlex.it/attualit/grisenti3.htm .
[13] Si pensi alla diffusa pratica pubblicitaria dello spamming, invio martellante e diffuso di messaggi pubblicitari diretti a un numero elevato di indirizzi email, rastrellati on-line utilizzando varie modalità operative. Sul punto si rinvia a quanto scritto da ERCOLANO, Spamming: una nuova forma di pubblicità dannosa per i consumatori?, pubblicato in questo numero del supplemento, 44 ss.
[14] GRISENTI, Spyware: quanti reati con i programmi "indiscreti”, in www.interlex.it/attualit/ grisenti.htm : «In tempi di grande attenzione per la privacy, la libertà personale e la tutela del lavoratore, la Rete si fa veicolo di pericolosi strumenti che permettono anche al più sprovveduto di eludere proprio tali forme di tutela. Navigando attraverso alcuni dei più comuni siti dedicati al download di file (Volftp, Tucows, e molti altri), si possono reperire programmi specificamente dedicati a carpire, in maniera invisibile e drammaticamente efficiente, dati personali, password e ID dell’utente oppure a controllare ogni attività, ivi inclusa la corrispondenza e i dati personali, del dipendente. Sembra impossibile, eppure l’impreparazione alle problematiche giuridiche che la Rete, con la sua ultraterritorialità, comporta, può avere anche queste conseguenze».


Leo Stilo